16 marzo 1978

Dom, 14/04/2019 - 16:40

Ci sono date che rimangono impresse nella memoria sempre. Di esse ricordiamo, dopo tantissimi anni, ogni particolare, anche quelli meno significativi. Sono date che segnano svolte nella Storia. Uno spartiacque. 16 Marzo 1978. Ore 9.
Ero in macchina, una Volkswagen Maggiolino.Uscito per recarmi verso il centro.
La radio interruppe le trasmissioni. La voce del cronista è concitata. Le informazioni parziali.
Le interruzioni frequenti. Hanno rapito Aldo Moro e massacrato la scorta. Cambiai itinerario. Di corsa in Sezione. Molti compagni del quartiere erano già lì. Mi attaccai al telefono, per parlare con qualche funzionario. Anche i telefoni erano intasati.Intanto il telegiornale, in edizione straordinaria comincio' a dare le prime, parziali notizie. Un agguato in via Fani, alla Camilluccia, vicino casa del Presidente della DC. La tecnica militare infallibile e rapida non diede scampo agli uomini della scorta. Agirono con geometrica potenza. Questo l'agghiacciante commento di una azione paramilitare che in pochi minuti crivello' da due lati l'Alfa blu, lasciando morti pietosamente coperti da teli bianchi, sangue e bossoli ovunque, generosamente filmati.
Traffico indicibile e concitato di uomini che avrebbero dovuto isolare la scena del crimine per evitare l'inquinamento delle prove.
Moro si stava recando alla Camera per la fiducia al governo Andreotti. Per la prima volta il PCI era nell'area della maggioranza, anche se la composizione dei ministri aveva provocato un legittimo risentimento. Quasi una provocazione da parte della DC verso il PCI.
Il voto non era scontato. Moro, illeso, era sparito nel nulla. Quel nulla incredibile che tale resterà fino al ritrovamento del cadavere in via Caetani, tra la sede del PCI e della DC, il 9 Maggio, avvolto in una coperta dopo essere stato crivellato di colpi e rinchiuso nel cofano di una Renault rossa. 55 giorni di lettere, depistaggi, appelli, falsi covi scoperti e vero covo ignorato. Conflitti politici, e tra intellettuali sulla diversa linea da tenere, trattativa o fermezza, credibilità delle lettere o meno.
Ma questa è storia fin troppo nota.
Come era naturale i questi casi il Partito proclamò la mobilitazione di tutti i militanti, i sindacati lo sciopero generale. Del resto gli operai erano già scesi spontaneamente in piazza. Non c'era bisogno di indicazioni. Allora.
La telefonata fu breve, scontata. In piazza, con le bandiere volantinaggio con la posizione del Partito. Intanto la gravità del fatto indusse a mettere da parte le legittime riserve. Fu proprio Berlinguer, con la Sua autorevolezza ad annunciare che il PCI era pronto a votare la fiducia. Rapidamente accordata alla Camera e al Senato. La democrazia era a rischio. Le Istituzioni pienamente operative. Fu così.
Piazza Maggiore era piena. Così le strade vicine, piazza Re Enzo, il Pavaglione. Dappertutto. Per la prima volta la rosse bandiere con la falce e martello del PCI, del PSI, si mescolavano con le bianche bandiere con scudo crociato della DC. Com'era stato ai tempi del CLN. L' attacco alla democrazia toccò il livello più alto. Moro aveva condotto il Suo Partito verso l'incontro con il PCI. Aveva giustificato questa necessità dicendo che tutto poteva cambiare, rapidamente ed in peggio.Il Paese era sotto scacco. Nei mesi precedenti ancora ripetuti gravissimi attentati. Episodi oscuri, minacce non troppo velate, dai servizi di entrambi i blocchi.Moro aveva assunto il coraggioso e rischioso ruolo di garante.
Sarebbe sicuramente diventato Presidente della Repubblica.
Gli operai vennero da tutte le fabbriche storiche di Bologna. Da Casaralta, Bolognina, Lame, S. Donato. Ducati, Officine Casaralta, Agd, e poi le scuole, le coop. Tutti assieme confusi in un unico popolo. Increduli ma determinati. Consapevoli.L'edizione straordinaria dell'Unità con il comunicato della Direzione, ed il volantino che annunciava le manifestazioni unitarie in tutte le sezioni, furono diffusi da migliaia di militanti.
Non ci fermammo neanche per un panino. Del resto le notizie televisive e le telefonate si rincorrevano senza sosta. I compagni erano tutti lì. Non li ricordo perché sarebbe un torto dimenticare qualcuno.L' assemblea era convocata per le 20,30. Nel caos più totale cercai di scrivere. Dovevo spiegare tante cose. Sapevo che una sezione esigente non si sarebbe accontentata di una chiamata a raccolta. Bisognava coniugare esigenza e drammaticità democratica, con tutte le riserve sul comportamento della D C e dei partiti di centro. Dovevo cercare di inquadrare il gravissimo accaduto con la situazione internazionale. Facile verso gli Stati Uniti.
Più complicato quando si parlava dell'Est.
Tra una telefonata e un chiarimento, riuscì a scrivere trenta cartelle. Allora era il minimo sindacale. Da qualche parte ho conservato quel manoscritto.
Alle 20 giunse puntuale Sergio Sabbatini.
Della segreteria. Di sn. Ci diede le ultime vaghe notizie. Inizio' l'Assemblea 45 min. Di relazione, nel silenzio delle gravi occasioni. Poi tanti interventi. Come avevo previsto, problematici.
Ma determinati. Ancora non si erano aperte le fratture dei 55 giorni. Sergio iniziò verso le 24, riassunse i drammatici fatti. Richiamò la relazione, rispose ad alcuni interventi. Era molto colto e bravo. Ero stanchissimo. Facevo fatica a tenere gli occhi aperti. Crollai con la testa sul braccio. Con la comprensione dei compagni. Finiva la giornata più lunga per l'esperienza politica di molti di noi, più giovani.
Il Tg rimandava immagini di controlli tanto numerosi, quanto inutili. Gli elicotteri sorvolavano la Città. Di Moro nessuna traccia.
E neanche della borsa nera.
Il seguito è Storia tragicamente nota.
A distanza di anni , trasferito a Roma, conobbi Giovanni Moro. Nacque una sincera stima ed amicizia. Un Uomo di grande cultura e sensibilità umana. Organizzammo assieme tante iniziative.
Ma non parlammo mai di Aldo Moro. Il Presidente.

Autore: 
Ciccio Riccio
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