Dalle terre perse della Calabria può nascere un tesoro

Dom, 10/03/2019 - 17:40

Con uno stile elegante che denota una preziosa ricerca della parola, ne "Il seme delle terre perse" edito da Rubbettino, Giuseppe Italiano, giornalista, critico letterario e professore di Bovalino, da forma a un insolito mosaico di bozzetti letterari in cui fa incontrare gli scrittori calabresi con i grandi della letteratura. Non solo, nel volume vengono ricordati magistrati (Nicola Gratteri e Francesco Cascini), uomini coraggiosi (Lollò Cartisano e Michele Virdò), luoghi di preghiera (la Certosa di Serra San Bruno e la comunità delle suore di Crochi), accadimenti (il terremoto del 1908 e la rivolta nel Distretto di Gerace del 1847). Piccoli scorci storico-letterrari sparsi come semi, con pazienza e fiducia, nella speranza che generino buoni frutti.
Attraverso il suo libro ha voluto gettare tanti piccoli semi, solo pochi assaggi, della nostra Calabria. Questi semi possono ancora attecchire?
La nostra terra, la Locride, la Calabria, ha, nonostante difficoltà storiche, un humus buono, che ha radici in quella che è stata la grande civiltà greca; una civiltà che ha improntato di sé tutta l’area del Mediterraneo; e noi siamo al centro del Mediterraneo.
Farsi seme in questo humus significa dare frutti all’insegna di quei valori umanitari che costituiscono la base di ogni vivere civile. Le terre perse, anche se tali, sono pronte ad accogliere convenientemente colui che sappia far tesoro delle loro potenzialità.
Perchè la scelta di inserire all'interno di questo mosaico letteraio anche magistrati, come Francesco Cascini, e uomini coraggiosi, come Lollo Cartisano?
Francesco Cascini, «giudice ragazzino», è stato pubblico ministero  presso il tribunale di Locri dal 1996 al 2001; e ha raccontato tale sua esperienza nel libro Storia di un giudice – Nel Far West della ’ndrangheta (Einaudi, Torino 2010). In quegli anni ha potuto constatare i due aspetti sociali antipodici della nostra terra. Così Cascini si esprime nella parte finale del suo libro, quando, dopo cinque anni di lavoro appassionato, lascia la Locride per altra sede: «Partivo […]. In macchina piangevo talmente forte che ci misi quasi tre ore a fare i primi cento chilometri […]. Lasciavo una terra meravigliosa e terribile, accogliente e violenta, senza speranza eppure così piena di vita. Lasciavo il mare. Le persone perbene che si fidavano di me, molte cose a metà. Lasciavo un pezzo della mia vita».
Il caso di Lollò Cartisano riporta alla mente le parole dell’Evangelista Giovanni: «Se il chicco di grano, caduto in terra, […] muore, produce molto frutto». Il fotografo di Bovalino è stato sequestrato nel 1993; i suoi resti mortali sono stati ritrovati dopo un decennio, ai piedi di Pietra Kappa. Lollò si è fatto seme sacrificale e ha pagato con la vita la sua ferma volontà di mantenersi uomo libero. Ci ha insegnato che, quando è necessario, bisogna fronteggiare il male, anche a costo delle più tristi conseguenze.
Lei è un grande conoscitore ed estimatore di Mario La Cava, a cui dedica  due capitoli di questo suo volume. Cosa ha da insegnarci oggi La Cava?
La Cava ci ricorda, con la sua opera, che la cultura occidentale ha sempre avuto il suo nucleo ispiratore nella provincia. La Cava sapeva di poter parlare efficacemente al mondo raccontando le storie della sua periferia calabrese, con uno stile sobrio che si coniuga perfettamante con il realismo dei fatti narrati.
Ci insegna che i sentimenti variegati dell’uomo non cambiano nel corso dei secoli: si manifestano nella Locride dei nostri tempi così come si manifestavano nella Grecia del V° secolo a.C.. È significativa di ciò la sua opera teatrale "Un giorno dell’anno", che è la tragedia di un giovane intellettuale, Duccio Malintesta, che si sorprende, un giorno, a essere l’assassino della sorella Filomena. L’Autore, col sentimento classico di partecipazione al dolore degli uomini, ci presenta scene di autentica tragedia greca; come quella in cui la sorella di Duccio, poco prima di essere uccisa, si denuda il seno e giura sul latte che dava al suo bambino ch’ella non era colpevole; e che ricorda quella che ci dà Eschilo ne Le coefore, quando Clitennestra tenta invano di placare l’ira vendicativa del figlio Oreste e si denuda il seno, dicendo: «Fermati, figlio! Figlio mio, rispetta questo seno sul quale tante volte ti addormisti, succhiando latte e vita».
Francesco Perri in "Emigranti" a proposito della Calabria si chiede: Che cosa aveva, dunque, in sè quella terra per conquistare il cuore, per essere ricordata e rimpianta in ogni angolo del mondo, dove si trovavano errabondi i suoi figli in cerca di lavoro e di pane?  Lei cosa risponderebbe?
Che la bellezza naturale di questa nostra terra e i valori affettivi che la pervadono, non possono essere dimenticati.
Francesco Perri, però, accorto e concreto come un contadino, non si involveva nella nostalgia fine a sé stessa. Sapeva che i semi del romanticume inoperoso non potevano dare frutti. Non condivideva la diffusa tendenza del calabrese al piagnisteo. E così scriveva in un articolo, intitolato "Dalla Calabria", del 2 marzo 1921, su «La Voce Repubblicana»: "Ma è inutile recriminare; agire bisogna perché si faccia noi quello che non sanno fare gli istituti politici. Le geremiadi intorno alla miseria del Mezzogiorno finiscono col somigliare alle proteste dei poltroni contro il destino".

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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