Domenico Cara: La materia del mondo

Lun, 31/07/2006 - 00:00

Quanto costituisce il magma d’una materia poetica non riconducibile a schemi rilevabili nel persistente dejà vu, o, per converso, nelle forme di versificazione avallate dall’editoria dominante, tanto è presente nell’ultima raccolta poetica di Domenico Cara La materia del mondo (Edizioni del Quarto Oceano, Milano, 2006), perché poeta, il Cara, sempre attento ad una individualità difesa ad oltranza con un linguaggio sapientemente elaborato con calma artigiana.
E proprio grazie all’ “imperiosa attenzione critica verso ogni sfumatura della realtà”- come scrive fra l’altro Stefano Lanuzza nella prefazione al volume, le opere di Domenico Cara si distinguono per la grande carica evocativa che pone la figura del poeta al centro di una sofferta articolata confessione: il mio idioma s’accosta ai senza/ idioma, come a infanzia, perché intende/ avvicinarsi alla primavera:/gemma del temporale che ha sconvolto/ i nevai... Propositi del respiro). Confessione che ora traduce un senso di colpa comune al genere umano, e pertanto non imprescindibile da ciascuno di noi, ora una più individuale naturale esibizione di tic, spasimi, sensazioni, reminiscenze costituenti quel climax su cui la poesia, come espressione individuale, si regge, e trova, nel suo farsi, il suo senso più proprio.
Non è il tuo canto allegro e controverso/ nei luoghi dello scompiglio, ma gorgo/ alla corale quiete; riaffiora/ da un giocoso schermo o alma pop,/ spezza oblii dominanti, insepolti// nei propri transiti estivi/ in molti si torcono nello scetticismo... I sabotatori del mattino).
E nell’individuale temperie dei moti esistenziali, tra passato e presente, si configura la trama e il senso finale di un Theatrum nel quale il poeta regge la parte con estrema ironia : È per rendersi vivo che si parla/ a qualcuno. quando fìssa gli spazi/ in cui brulica il divenire, quando segna/ una distanza immaginabile, un Oltre// L ‘alba di zona incomincia un dialogo/ con il cielo, e le foglie stagionali/ manifestano una sonnambula continuità/ di deliri, di quasi apparenze... (Comunicazione d’ironia). Teatro che bene rappresenta il senso dell’alienazione del “secolo disperato” nemico dell’uomo, e la tenerezza del ripiegamento su se stessi per non morire, tenerezza non dissimile da una umbratile pietà contrabbandata per beata solitudine: Nella stessa solitudine è necessario/ scovare molte ipotesi e persone,/e con loro sapere come dividere/ possessi minimi, naturali, oggetti/senza storia, robivecchi sfregiati,/ che possono essere sempre utili/ a chi cerca e trova qualcuno che sogni// nascostamente una sorte buona, un campo/ di vitalità, e smentire il pessimismo/ delle bufere, le varie disperazioni, altre/ inconsolabili chiacchiere, regolate/da un certo dolce far niente autunnale... (Possessi minimi).
Si tratta dunque d’una poesia che Cara compone passando per gli “itinerari minimi”, attraverso i quali riscoprire le vive essenze, gli aneliti, le smorfie e i rituali del corpo, forse soltanto dopo una preghiera catartica: ...Ma non sei mai lo stesso, uscendo/ dal tempio; sembri pietrificato/ dalla preghiera, chiusa fino all’io/ trafitto, argilla, tenue polvere./ lettera di un tormento forse infinito// Prega per noi disperato fra eventi/ convulsi, immagine del precario ruolo/ come in principio, devoto non improprio/ della felicità celeste, figlio non d’aria/ della terrestrità spoglia, supplichevole// La tua povertà è anche nostro respiro,/ e persiste la morte dentro un cuore/ derelitto, in tutto simile a quello/ di coloro che restano lacerati/ nelle infelicità delle ambizioni/ del demonio, la lussuria degli osceni/propositi... (Uscire dal tempio).
Libro complesso, questo di Cara, diviso in quattro sezioni (Dicono che sia esistenza. Il levriero di Yeats, L’esteso tempo che già cade, Sali di Anassimandro): libro che invita a sillabare con ritmo lieve un’esistenza, così come si configura tra precarietà e trascendimento, tra conflitto di voci e ricerca di un “Altro” che forse solo la poesia può ancora promettere in tempi, come il nostro, d’indifferenza, alienazioni, guerre insensate e ordalie.

Autore: 
Bruno Rombi