Marzo 1945-marzo 201 : 70° anniversario della Repubblica di Caulonia

Lun, 09/03/2015 - 10:12

Primavera 1945, in Italia si combatte ancora. Sui monti, le bande partigiane sono impegnate nella resistenza all'invasore nazista, mentre le grandi città del Nord si preparano all'insurrezione del 25 aprile.

Hitler e Mussolini sono vivi e formalmente ancora al potere. Eppure sulle prime pagine dei giornali nazionali trova tanto spazio una storia che si svolge in un piccolo paese della Calabria: Caulonia.

Caulonia è solo un grosso centro agricolo, incastrato tra le Serre calabresi.

Un Paese dove, come diceva Carlo Levi, Cristo non è mai arrivato.

Neanche la “svolta di Salerno” riesce ad arrivare a Caulonia perché bloccata sulla strada da una rivolta di “straccioni” che bussano alle porte della storia.

La repubblica di Caulonia, proclamata il 6 marzo 1945, è stata la loro “Comune”.

Bloccate le quattro porte di accesso al paese, minato l'unico ponte sulla strada provinciale, “arrestati” i carabinieri e le guardie forestali, sequestrato il pretore e la sua famiglia, costituito il “tribunale del popolo”, collocati presìdi armati in tutte le postazioni strategiche del paese.

Quattro giornate di “repubblica” quando ancora l'Italia era monarchica o repubblicana.

Pasquale Cavallaro era il sindaco del paese, nominato dall'autorità militare alleata. Fu lui il sindaco della “repubblica”.

Protagonista un esercito di “straccioni”, come quelli di Valmy, che  camminavano con scarpe di legno o scalzi, vestiti da un rozzo tricot di ginestra o di lana grezza spesso a brandelli. I loro capelli non erano mai stati tagliati da un barbiere, il loro viso era mal rasato e invecchiato anzitempo per la fame e la fatica.

In grande maggioranza erano analfabeti.

Marciavano perché volevano vivere e, se fossero stati negli Stati Uniti di due secoli prima, per rivendicare il loro diritto all'umana felicità.

Non avevano alcuna certezza sul tipo di società da costruire ma chiarissima l'idea della società che  avrebbero voluto distruggere.

Questo rozzo esercito, per ragioni che sarebbe molto lungo raccontare, proclamerà la repubblica di Caulonia.

Un’onta gravissima per le classi dirigenti.

Il comandante generale dei carabinieri, Brunetto Brunetti, per poter precedere a un razionale piano di repressione, chiede al competente ministero della guerra mille uomini, “i mezzi necessari al trasporto, armi automatiche, qualche autoblindo, qualche carro armato, qualche mortaio da 81” (com. 26 marzo, n. 283).

Si vuole dare una severa lezione, “…questi mezzi sono indispensabili per garantire la riuscita dell'operazione e servirà di efficace monito, per l'eventuale ripetersi di ulteriori possibili disordini in altre zone dell'Italia liberata” (com.n. 260/16).

Per evitare la repressione, Eugenio Musolino, segretario della federazione comunista,aveva convinto Cavallaro a dimettersi da sindaco e i “ribelli” a consegnare le armi!

Fu tutto inutile.

Caulonia fu presa d'assalto dai quattro punti cardinali.

Il carcere del paese non poteva contenere tutti i prigionieri e così si pensò di custodirli ammassandoli nel macello comunale, opportunamente allagato, per non farli sedere.

Se ingiusto fu il comportamento del “tribunale del popolo” durante la rivolta, certamente barbaro è stato il trattamento che le forze dell'ordine riservarono o consentirono verso i prigionieri.

“...la folla che accoglieva gli arrestati fu inumana. Punteruoli, tenaglie e bastoni di legno furono adoperati senza risparmio contro i seguaci di Cavallaro.” (Collaci)

Circa ottocento fermati, quasi quattrocento tenuti in carcere per sedici mesi!

Il processo si aprì a Locri nel mese di giugno del 1947, vi erano così tanti giornalisti e inviati speciali che non furono sufficienti i locali del tribunale, e si dovette celebrare nei capannoni di un pastificio.

Poi, lentamente, scese il silenzio.

Gli insorti, umiliati e sconfitti, si chiusero nel loro secolare silenzio, sorpresi loro stessi di avere osato così tanto. Le donne ritornarono a capo chino nelle Chiese, e gli uomini, usciti dal carcere,  andarono ad  aspettare in piazza che i padroni delle terre li chiamassero per qualche giornata di lavoro. Donne e uomini ridiventarono subalterni alle classi dominanti, supini alle offese dei forti, sottomessi con la forza a uno Stato che non consideravano il loro.

La “rivolta” di Caulonia  fu una risposta sicuramente sbagliata da parte degli “ultimi” rispetto ad una  lunga e selvaggia oppressione.

Furono catalogati come “delinquenti” e “‘ndranghetisti e certo ci furono anche quelli. Tuttavia, secondo me, furono molto più delinquenti coloro che hanno mandato trecento ragazzi di Caulonia, figli di quei campagnoli, a morire in guerre senza senso.

Molto più crudeli coloro che per decenni li avevano picchiati nelle caserme, umiliati nei tribunali, mortificati sui luoghi di lavoro o per le vie del paese.

Non si può considerare “violento” solo il bue nel momento in cui si rifiuta di porgere mansueto il collo al coltello del macellaio!

Sia pur per  breve tempo la “repubblica” ha tentato di autogovernarsi ma non ne fu capace. Non  avevano maturato una cultura di governo e non si può raggiungere la luna con un salto solo. Per questo, i “ribelli” furono isolati e sconfitti ancor prima dell'arrivo dei carabinieri!

Poi, sulla vicenda, si mise un bel timbro “Criminali” e gli insorti di Caulonia furono scacciati dallo storia e la questione meridionale divenne “questione criminale”.

Una mistificazione che non possiamo consentire! Ecco perché, approfittando della vostra pazienza, ho parlato della rivolta di Caulonia, perché con i suoi mille errori anche tragici, con i suoi mille limiti, quella rivolta, con il suo esercito di “straccioni”, ci appartiene.

Ilario Ammendolia