Enzo Macrì, solo su una cosa era peggio di me

Sab, 13/01/2018 - 10:40
È venuto a mancare improvvisamente nella mattinata di ieri un "ragazzo" di Siderno, Vincenzo Macrì

Scrivo due parole. Ieri sera “mio cugino Vincenzo”, Enzo Macrì, m’ha fatto mettere insieme un po’ di ricordi. Spezzati da singhiozzi. I singhiozzi hanno spezzato il calcio, la scuola, la Prenestina e Re di Roma, un cavallo secolare di nome Fulmine, Ezio Marta e la Mesiti, l’attimo fuggente di Scordino, Luci a San Siro, la testa grossa di Marco, la prima sigaretta allo stadio di Locri (21 marzo 1987), il soprannome di suo padre, la solitudine della madre, Mirella e le isole verdi e sintetiche del Burraco, di cui mi ha parlato nei suoi ultimi dieci anni. L’antimafia. Nei fatti, nei comportamenti, nello stile di vita e in 47 anni di riscontri. Leon e Rosalinda, figli miei. Non è malinconia, sono proprio i ricordi che mi stanno accanto da ieri a mezzogiorno come una presenza insidiosa. E come una presenza insidiosa mi marcano senza tregua e mi fanno tanto male, uno per uno, dal primo giorno che l’ho conosciuto nel campetto di cemento dell’Ymca, quando diedi un effetto antiorario a un pallone leggermente sgonfio, tenendolo basso sul piede sinistro: ottantanove palleggi la prima volta, quarantasette la seconda. «Niente di che » fece Enzo, che con il pallone, solo con il pallone, era peggio di me. Aveva il viso della morte, ieri sera, mentre la brutale verità si mescolava alle voci intorno, a un gusto di cenere sulle labbra, alla disperazioni di Sandra, la sorella che abbiamo in comune. La sua presunta immortalità non esiste, mi pare di capire. Aspetterò fino a domattina per avere la certezza. Stasera stringo bene la moca, così, tra le otto e le otto e mezza, berremo il solito caffè per il mio compleanno, sotto in cucina. Come ogni 14 gennaio. 

Ercole Macrì

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