Filomena Pennacchio, la brigantessa calabrese più temuta dagli allevatori

Dom, 21/07/2019 - 18:20

Figlia di un macellaio dell’Irpinia, Filomena, per aiutare la famiglia, ancora giovanissima andò a servizio come sguattera presso le famiglie dei notabili del luogo.
Il lavoro era umile e la paga assai misera, ma Filomena, pur lavorando intensamente senza lamentarsi, tra una stoviglia da lavare e una da asciugare, sognava ben altra vita per il suo futuro.
Un tardo pomeriggio d’estate, sulla strada del ritorno incontrò un giovane di bell’aspetto che le sorrise e le fece qualche complimento. Filomena si schermì arrossendo, ma la cosa le fece piacere e il giovane diventò più audace.
“Dai, monta a cavallo e vieni via con me” – le disse l’uomo.
“Con voi? Ma siete pazzo? Chi siete?”
“Chi sono io? Tu non mi conosci, ma tuo padre mi conosce bene. Sono Giuseppe Schiavone e tu sei Filomena, non è vero?”
“Sì, sono Filomena!”
“Dai, monta a cavallo, e non aver paura. A tuo padre ci penso io!”
Filomena montò a cavallo e da quel giorno condivise la latitanza con Schiavone, il brigante più famoso e più spietato di quelli che imperversavano dalla catena del Pollino alle montagne dell’Irpinia.
La nuova vita da brigantessa rese Filomena intrepida e temeraria e insieme a Giuseppe Schiavone divenne presto il terrore degli allevatori di bestiame di tutto il territorio. Durante le loro scorrerie era sempre in prima fila negli assalti alle masserie per il furto del bestiame e per i sequestri di persona e presto la gente imparò a temere più lei che il resto della banda.
In breve tempo l’ex sguattera riuscì a conquistare la stima e il rispetto di tutti i componenti della banda, non solo per paura, ma anche per una sorta di ammirazione per i suoi sorprendenti slanci di generosità verso i familiari delle vittime della banda Schiavone e per aver voluto, in diverse occasioni, risparmiare la vita a persone disarmate ed indifese.
Di Filomena si disse che era stata l’amante non solo di Schiavone, ma anche di Carmine Crocco, il capo delle bande lucane, e dei suoi due luogotenenti, Donato Tortora e Ninco Nanco.
A proposito di Ninco Nanco, mi va di riferire una piccola curiosità.
Qualche domenica fa gironzolavo, in compagnia di mia moglie, nelle stradine attorno al Pantheon. La sera prima avevo terminato la ricerca per il servizio che state leggendo e un nome su tutti mi aveva colpito perché sembrava il verso di una filastrocca o di uno scioglilingua: Ninco Nanco, appunto.
Proseguendo nella passeggiata, stavo giusto raccontando alla Peppa dello strano nome, ma all’improvviso per poco non mi venne un colpo, perché sulla porta di un ristorantino che affaccia su uno slargo si materializzò incredibilmente una bella insegna coloratissima: “Ristorante Ninco Nanco”. Se passate da quelle parti, ne avrete la conferma.
Riprendiamo il discorso.
Di donne nella banda Schiavone ve n’erano diverse e le diatribe tra loro erano frequenti, ma fu la gelosia di Rosa Giuliani a provocare i guai maggiori all’interno del gruppo.
Cosa era successo?
Era successo l’inevitabile. Filomena Pennacchio era diventata, ovviamente, la nuova compagna di Schiavone, ma Rosa Giuliani, da tempo membro importante della banda e aspirante al ruolo, come dire? di first lady, livida di invidia e pazza di gelosia, decise di vendicarsi denunciando la banda alla polizia che la stava braccando dappertutto.
Una mattina brumosa e fredda di un autunno uggioso, i gendarmi sorpresero nel sonno Schiavone e alcuni dei suoi uomini che non poterono opporre alcuna resistenza.
Nel giro di qualche settimana furono processati e condannati a morte.
Prima di morire Schiavone volle vedere ancora una volta Filomena, in attesa di un suo figlio, e l’incontro fu tenerissimo e straziante. Il feroce bandito si gettò ai piedi della sanguinaria brigantessa e baciandole mani, piedi e ventre, le chiese perdono.
Filomena forse perdonò il suo uomo, o forse no, ma certamente non visse nel ricordo del compagno fedifrago.
Allettata dalla promessa di uno sconto di pena, continuò a vuotare il sacco e con le sue rivelazioni fece catturare un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sarchitiello, e le brigantesse Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito.
Filomena Pennacchio fu condannata a venti anni di carcere, ma dopo appena sette anni tornò a casa e presto fu dimenticata da tutti.

Autore: 
Enzo Movilia
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