Giuditta Levato, la contadina calabrese che morì per la sua terra

Dom, 10/03/2019 - 12:40

Negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, quando tutto il mondo tentava di ritrovare un po’ di pace, per la Calabria e tutto il Meridione si sono susseguiti anni di lotte e sconvolgimenti. Nell’ottobre del ’44 il Ministro dell’Agricoltura, il comunista calabrese Fausto Gullo (al governo nazionale era la coalizione antifascista formata da democristiani, socialisti e comunisti) emana alcuni decreti che mirano a migliorare le condizioni di vita dei contadini. I due decreti più importanti riguardano la ripartizione dei prodotti nei contratti di mezzadria e la concessione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini associati in cooperativa. Dopo l’emanazione di queste leggi, tuttavia, scoppiarono intense lotte per l’occupazione delle terre incolte e per ottenere quanto previsto dalla legge. Le battaglie, iniziate in quegli anni, sono state volute non soltanto dagli uomini, ma anche da molte donne, la cui voce è stata ancora più forte considerando che essere donne contadine, nella prima metà del ‘900, significava vivere in una condizione di esclusione, di marginalità e di silenzio imposto. In questo clima di sottomissione e di miseria si inserisce la figura di Giuditta Levato. Nacque a Calabricata (all’epoca parte del comune di Albi, oggi di Sellia Marina) in provincia di Catanzaro, il 18 agosto 1915. I suoi genitori, Salvatore e Rosa, lavoravano entrambi la terra. Giuditta trascorreva le sue giornate dividendosi tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche. A 21 anni sposa Pietro Scumaci, anche lui contadino e diventò madre di due figli, ma lo scoppio della guerra lo chiamò al fronte, mentre Giuditta assunse il ruolo del capofamiglia. Da quel momento in poi, viveva per i figli, per la sua terra e con la speranza di rivedere presto suo marito, sano e salvo. La guerra terminò, Pietro ritornò a casa, la famiglia si riunì e insieme desideravano ricominciare una vita tranquilla, lavorando e crescendo i loro figli, ma il momento idilliaco non durò a lungo. La serenità familiare venne presto sconvolta dalle lotte per le rivendicazioni sulle terre. I provvedimenti emanati dal ministro Gullo erano fortemente ostacolati dai latifondisti calabresi che vedevano nei nuovi proprietari contadini degli usurpatori. Questa situazione causò diversi scontri violenti in quasi tutto il Meridione e i primi conflitti calabresi scoppiarono proprio a Calabretta nel 1946. Nel frattempo, Giuditta si era iscritta al PCI dove, grazie al suo duro lavoro fece aprire nel suo paese la prima sezione del partito. Con estrema semplicità di linguaggio, riusciva a parlare ai braccianti del pensiero comunista come mezzo di liberazione degli uomini dal bisogno, dalle guerre e dallo sfruttamento dell’uomo. La mattina del 28 novembre, come ogni giorno, si recò nelle terre coltivate liberamente da lei e dai suoi compaesani. Gli agrari, però, continuavano a non accettare il decreto e uno di loro, Piero Mazza, arrivò per dare una lezione ai contadini. Gli animi si infuocarono rapidamente, la situazione precipitò quando alcune donne tentarono di scacciare, dai campi coltivati, una mandria di buoi di proprietà del latifondista Mazza, nel tentativo di salvare quanto seminato. All’improvviso partì una fucilata, del suo manovale, che colpì in pieno addome Giuditta, la quale in grembo aveva una creatura quasi pronta a nascere. La donna cadde a terra all’istante; sanguinante venne portata prima a casa e poi in ospedale. Al suo capezzale arrivò il Senatore Poerio al quale Giuditta affidò le sue ultime parole: “Io sono morta per loro, sono morta per tutti. Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza, ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangono, voglio che combattono, combattono per me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata”.
Dopo aver pronunciato queste parole morì a soli 31 anni, con lei perse la vita anche la creatura che portava in grembo. La Levato fu solo la prima vittima della lotta alla repressione agraria; poi la violenza dei padroni si estese nel ’47 a Petilia Policastro e nel ’49 a Melissa. Nel dicembre 2004 l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa regionale intitolò l’ex sala consiliare dell’organo regionale a Giuditta Levato: “In omaggio ad una donna che è stata protagonista del suo tempo, ma soprattutto in omaggio a tutte le donne calabresi abituate a lavorare sodo e spesso in silenzio”.
A distanza di tanti anni, la sua memoria è ancora viva, la sua triste storia è un esempio per le nuove generazioni, così che la sua morte non è stata vana. Giuditta Levato è stata una donna coraggiosa, determinata, ma allo stesso tempo semplice e genuina. È morta per l’avidità e la prepotenza di uomini che, davanti a quei contadini e a quelle contadine, vedevano solo ostacoli da eliminare. È morta perché credeva nella possibilità di un mondo migliore e, forse, per regalare una coscienza a chi non ne ha mai avuta una.

Autore: 
Rosalba Topini
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