Harry Potter vive a Reggio Calabria!

Dom, 13/08/2017 - 16:40
L'invisibilità non è più fantascienza. Dal 2012 il reggino Giuseppe Labate, 26 anni, studia i mantelli invisibili, una ricerca che l'ha portato prima in Texas e presto in Russia, e grazie alla quale sarà possibile, senza trucchi di magia, diventare come il piccolo mago di Hogwarts.

Fino a dieci anni fa il mantello dell’invisibilità era pura fantascienza. Inizialmente si è riusciti a occultare un oggetto piccolissimo (un micrometro di diametro) e solo a livello bidimensionale: l’oggetto risultava, ad esempio, invisibile dall’alto ma visibile di lato. Poi si è passati alla creazione di un dispositivo che rendeva l’oggetto invisibile in 3D ma rimaneva il problema di eliminare la differenza di fase tra la luce dello sfondo e quella dell’area occultata che segnalava la presenza del mantello. Oggi esistono mantelli in grado di adattarsi alla perfezione alla forma dell’oggetto da nascondere e in grado di deviare la luce incidente sul mantello stesso. Di mantelli invisibili si occupa dal 2012 Giuseppe Labate, 26 anni, di Reggio Calabria. Nel corso dei suoi studi in ingegneria elettronica, un argomento lo ha attratto in modo particolare: i metamateriali, materiali creati artificialmente, in grado di “piegare” la luce, quindi le onde elettromagnetiche, ma anche onde di altra natura: acustica, elasto-meccanica, termica. «Prendiamo per esempio – spiega Giuseppe – un pezzo di carta stagnola, tagliata secondo una superficie rettangolare. Se la bucherelliamo qua e là in maniera più o meno regolare, abbiamo creato da una superficie una metasuperficie, ovvero una struttura che da punto a punto cambia localmente le sue proprietà caratteristiche (alluminio o aria). Se un’onda di qualsiasi natura – elettromagnetica, acustica, elasto-meccanica, termica – comincia a propagarsi in un mezzo alterato come un metamateriale o una metasuperficie, la sua propagazione viene alterata di conseguenza. Se desideriamo ottenere una qualche funzionalità da un dispositivo, “basterebbe” capire la fantasia intelligente – se così possiamo chiamarla – con cui determinare questa alterazione».
Grazie all’utilizzo dei metamateriali è stato possibile, ad esempio, rendere invisibili ai radar aerei militari, adottando particolari geometrie costruttive e/o vernici che minimizzano la traccia radar; o, ancora, schermare ai sonar le navi da guerra, sottomarini inclusi, creando mantelli acustici mediante l’uso di diversi strati di plastica, con un intricato disegno costituito da buchi che reindirizza le onde sonore in uno specifico percorso senza diffonderle all’esterno. Stessi principi potrebbero essere utilizzati in futuro per contrastare gli effetti dei terremoti: così come il suono e la luce, anche i terremoti si basano sulla propagazione di onde e gli scienziati sono già all’opera per progettare metamateriali che interferiscano con la propagazione delle onde sismiche.
Ma torniamo a Giuseppe. La sua passione per la ricerca sull’invisibilità, partita dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria e proseguita al Politecnico di Torino, lo ha portato dall’altra parte del mondo, all’Università del Texas, ad Austin. «Il mondo accademico americano è praticamente una realtà imprenditoriale, una fabbrica di lavori scientifici dove vale sempre il detto: “publish or perish”, pubblica o perisci. In Italia è più o meno la stessa cosa, visto che anche in questo campo gli americani dettano la linea da seguire. La differenza sostanziale è che in America non è assolutamente contemplato che i giovani si mettano in fila, chiedano il permesso o rimangano in “sala d’attesa”, perché sono gli ultimi arrivati. In Italia purtroppo ho visto colleghi, davvero eccellenti nel loro campo di ricerca, lavorare mesi con continue promesse e senza alcuno stipendio; o, ancora, altri non superare l’esame per accedere al dottorato di ricerca a causa di dichiarate guerre politiche interne tra professori che, a furia di dispetti, hanno lasciato borse di studio senza vincitori… logiche fuori da ogni meritocrazia e buon senso! E così molti ragazzi in gamba, giustamente delusi, hanno cercato altrove. Ci terrei, però, a precisare una cosa: non vedo alcuna differenza tra chi decide di andarsene e chi, invece, rimane nel proprio paese o Paese. Non esiste uno più coraggioso di un altro e ritengo stupida ogni forma di separazione: abbiamo tutti la stessa età e stiamo combattendo la stessa battaglia – quella della nostra affermazione nel mondo, se vogliamo essere filosofici – ma in posti diversi. Io faccio il tifo, per chi resta e per chi va via, allo stesso modo. In entrambi i casi, chi vince crea le condizioni per gli altri: per restare o partire».
Ad Austin, Giuseppe ha conosciuto il Professore Andrea Alù, 36 anni, di Roma. «È stato uno dei primi a pubblicare nel 2005 lavori scientifici sull’invisibilità elettromagnetica. Quando mi sono ritrovato di fronte alla porta del suo studio ero un po’ intimorito: il Professor Alù ha vinto il Premio Alan T. Waterman, che oltre a sostenere la sua “fantasia intelligente” con un milione di dollari, è uno dei riconoscimenti scientifici più prestigiosi in America». Insieme ad Andrea Alù, oggi Giuseppe, sta collaborando alla redazione di un volume sui metamateriali e sull’invisibilità. A fine settembre volerà in Russia per un progetto condiviso con altri ricercatori. «Il titolo che abbiamo scelto per il nostro progetto è “Advanced Non-radiating Architectures Scattering Tenuously And Sustaining Invisible Anapoles”, il cui anagramma – non a caso – è Anastasia. Il progetto è risultato vincitore del bando finanziato da Intesa San Paolo, in collaborazione con un’università a Mosca. È sempre legato alla tematica dell’invisibilità, visto che studieremo delle strutture in grado di intrappolare i campi elettromagnetici al loro interno. Si tratta di sorgenti indotte che non irradiano: un ulteriore passo verso nuovi metodi di fabbricazione di dispositivi per l’invisibilità».
Nonostante questa passione indomabile per l’invisibilità, Giuseppe sa bene che, come scrisse Oscar Wilde, “il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile”. 

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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