I magistrati reggini nelle mani del(Lo) Giudice

Sab, 08/06/2013 - 16:51
Questo scriveva la Riviera venerdì 27 maggio 2011

I paradossi della Giustizia sono oggi concentrati a Reggio Calabria.
I pentiti vorrebbero portare in giudizio i protagonisti storici della lotta alla ‘ndrangheta

Bé, che De Andrè fosse un genio è cosa nota. Che avesse doti di veggente lo scopriamo poco alla volta. Nino, alto un metro è un palmo, ha studiato contando gli anni, i mesi, i giorni e i minuti. Alla fine ce l'ha fatta, ha preparato gli esami ed è diventato procuratore. Dopo tanto sudore, speso sulla strada alla faccia dei libri, ha ottenuto uno scranno. Giudice finalmente, a Reggio, del bene e del male. Si è sottratto al suo destino e alla sbarra ci ha portato i giudici. Cisterna, Mollace, Neri, non sono giudici qualunque; sono magistrati che hanno fatto la storia giudiziaria di Reggio. Protagonisti dei processi più importanti, celebrati in città. Gente che ha lavorato sodo, che anzi ha badato solo al lavoro evitando di calcare i palcoscenici e ricoprirsi di medaglie. Reggini doc, che hanno usato le manette senza goderne. Giudici dal volto umano, fedeli al ruolo e alla funzione. Adesso su di loro è scesa una valanga di fango. A versarla è, ma fino a un certo punto, Nino Lo Giudice. Fino a un certo punto, perché in realtà nelle prime dichiarazioni, il pentito esclude i magistrati da ogni responsabilità. Successivamente, sembra, dalle fughe di notizie finite sui giornali, abbia alzato il tiro. Sembra, perché a leggere bene, oltre al fumo di arrosto non se ne vede troppo. Fumose accuse di presunte corruzioni. Non ci sono fatti precisi. Nonostante questo il pentito ha lanciato una bomba micidiale, più pericolosa di quelle che in modo confuso sostiene di aver piazzato nei mesi scorsi a Reggio. Una bomba che rischia di incrinare il rapporto di fiducia che faticosamente si era creato fra la gente e chi amministra la Legge. Se la fiducia viene meno, saranno travolti tutti. Soprattutto verrà travolta la speranza di cambiamento che ultimamente è forte nei cuori di tanti calabresi. Fino a quando non ci saranno esiti definitivi nelle inchieste in corso, e fino a prova contraria, bisogna stare con chi è accusato, forse. Questo bisognerebbe farlo sempre, non solo in questo caso. Il pentito è solo uno strumento in mano ai giudici, non è giudice e non lo può diventare, con buona pace per le aspirazioni di Lo Giudice. La gogna che coinvolge, soprattutto Cisterna, è vergognosa. Anni di fatica, sui libri e sulle inchieste, non possono essere spazzati via da qualcosa che è ancora nulla e potrebbe diventare prova o calunnia secondo il giudizio della magistratura. Stare con chi è accusato, o solamente lo sembra sui giornali, significa stare con noi stessi, con la nostra terra e con il cambiamento.

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redazione
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