I nuovi barbari e i venticati du Carminu

Dom, 14/07/2019 - 18:40

Le popolazioni barbariche che hanno invaso la nostra penisola usavano mettere a ferro e fuoco tutto ciò che incontravano. Ma perché lo facevano? Non bastava loro depredare, uccidere, stuprare le donne e/o renderle schiave? No, non bastava perché essi nella loro mentalità volevano distruggere ciò che non capivano: la bellezza! Non erano capaci di pensarla, di cercarla, di realizzarla per cui la rabbia impotente si trasformava in distruttrice. Nessuno deve goderne se noi non ne siamo capaci. Ecco il punto. Chi riesce a pensare, realizzare e godere della bellezza è sempre alla mercé dei barbari in agguato. Gli incendi del periodo estivo sono una piaga infetta e purulenta del meridione in genere ma della Calabria e della Locride in particolare. Assistiamo puntualmente alla distruzione di migliaia di ettari di bosco e di flora mediterranea. Cos’è il bosco per i nuovi barbari? Un posto deve abbandonare, non visti, carcasse di auto, di lavatrici, di frigoriferi e lasciare la busta della spazzatura appesa ai rami degli alberi dopo aver bivaccato, assolto questo compito gli si può dare fuoco. Alla prossima esigenza di smaltimento fedifrago ci si sposta un po' più in là, intanto il fuoco ha cancellato ogni traccia della barbarie lasciando una macchia scura al posto del verde. La flora mediterranea cos’è per i nuovi barbari? Erbacce che servono a occultare le bottiglie di birra dopo un’abbondante bevuta o i bisogni improvvisi. Dopo la si può incendiare. Puntualmente nelle sedi più disparate si disquisisce sulle cause dei roghi e spesso si straparla dell’autocombustione o dell’effetto lente d’ingrandimento dei vetri abbandonati tra le sterpaglie. Ciance. Vorrei provare ad associare gli incendi estivi al tempo dei “venticati du Carminu”. Si festeggia la madonna del Carmelo il 16 luglio, notoriamente a Locri e Gerace, ma forse anche altrove, si approntano mercati e bancarelle con sfarzo di luminarie. È questo il periodo che spirano forti venti contrastanti che fanno turbinare le buste di plastica e le cartacce abbandonate per le vie. I novelli barbari sono in fibrillazione già da giorni e contano le ore all’arrivo dei venticati du Carminu, si preparano e pregustano la gioia di ciò che riescono a fare, da impotenti, con un piccolo cerino o meglio un accendino. Al bordo di una strada o di un sentiero in pieno giorno ma anche di notte si accovacciano per proteggere la scintilla ed ecco che in un battibaleno le fiamme si sviluppano allegre alimentate dal vento del Carmine. Tale definizione è antica e nella nostra zona si tramanda da secoli, i contadini si affrettano a mettere il fieno al sicuro ed a creare una fascia di rispetto ai fienili. Sanno che i barbari sono in agguato e la loro libido si esalta se il vento porta le fiamme al fieno. Il 10 luglio è partito il focolaio nelle ore pomeridiane sulla provinciale che conduce ad Antonimina provocando distruzione e vittime, non umane per fortuna. I vigili del fuoco sono stati impegnati per ore a salvare abitazioni e stalle, i vigili urbani e le altre forze dell’ordine a regolare il traffico che è anche rimasto bloccato per molto. A sera, lo spettacolo desolante di ulivi che avevano tenuto una piccola parte di drupe, peri con frutti in maturazione, mandorli coi frutti quasi pronti e che ancora il giorno dopo fumavano alle radici. Pericolo per le cose, per le case e per le persone che avevano cercato di proteggere un po' della bellezza di cui godevano dopo averla immaginata e con fatica costruita. Ora una lunga teoria di scheletri neri fanno mostra di sé per la goduria dei nuovi barbari che sono pronti a nuove imprese non conoscendo i versi del profeta Elia: “Gli fu detto: 'Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore'. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.” Essi sperano sempre in un vento impetuoso per redimersi dall’impotenza.

Autore: 
Arturo Rocca
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