I semi della discordia: Identità perdute

Lun, 12/11/2018 - 16:20

Povera Patria, poveri patrioti, ora lo sappiamo, hanno combattuto, hanno donato la propria vita in nome di qualcosa che ora non c’è più, o addirittura non c’è stata mai: quell’unità, quel senso di appartenenza, quel dovere nei confronti dei propri cittadini per migliorare le condizioni socio-economiche e culturali del proprio paese, tutelando la propria identità. Identità perdute nell’oceano della migrazione.
Parlare oggi di immigrazione e integrazione risulta essere un argomento alquanto delicato che abbraccia non soltanto l’ambito parlamentare, ma anche quello sociale, morale, economico, e filosofico. I popoli, i governi, tutti ne parlano, tutti la invocano in nome del progresso civile, perché ciò fa tendenza, ma non tutti la amano alla stessa maniera. E noi ammettiamo la penosa realtà: essi rappresentano i semi della discordia. Numerose riviste e giornali vengono pubblicati per sostenere la campagna umanitaria. Si dovrebbero conoscere prima e divulgare poi le vere dinamiche che stanno dietro un apparato così enorme dal nome “Accoglienza umanitaria”. Bisognerebbe leggere qualche testo di F. William Engdahl, giornalista e scrittore, specialista in questioni energetiche e geopolitiche. Ma non è questa la sede opportuna per riflessioni di questa portata, anche se qualche cosa va detta.
L’integrazione è un processo complesso e graduale che comprende diverse realtà ma tra loro collegate, quale: economica, legale, sociale e culturale del luogo in oggetto. Essa, inoltre, richiede notevole impegno sia all’individuo sia alla società che li accoglie.
 Non possiamo non ricordare che i migranti provengono da luoghi ed esperienze diversi, e loro stessi sono diversi tra loro. Quindi, chi sono gli organi preposti al riscontro che questa integrazione avvenga nel pieno rispetto sociale, legale, economica e culturale nei confronti della comunità ospitante, e non soltanto verso gli immigrati?
Engdahl in “Gli atti segreti delle ONG” sottolinea che il favoreggiamento dell’immigrazione illegale è un reato, qualunque siano i motivi. La flotta di imbarcazioni per trasportare illegalmente i rifugiati o altri migranti dall’Africa settentrionale nell’UE suggeriscono almeno che fossero più che carità. Suggeriscono che le ONG siano almeno coinvolte indirettamente in progetti che stanno distruggendo la stabilità sociale dell’UE e in particolare quella italiana. Nel suo rapporto di valutazione del rischio del 2017, Frontex, l’Agenzia ufficiale europea per la sorveglianza dei confini e delle coste, ha dichiarato che il Mare Mediterraneo centrale è diventato per i migranti africani la rotta principale d’ingresso nella UE. Secondo ogni previsione, nel prossimo futuro non cambierà nulla. Va notato che l’89% dei migranti viene attraverso la Libia. E circa l’80% dei migranti nordafricani che arriva in Italia non ha diritto di asilo.
Dovremmo tutti pensare come il primo ministro ungherese Viktor Orban. L’Italia non ha certo bisogno dei migranti per far girare l’economia, o la popolazione a sostenere se stessa, o il paese ad avere un futuro. Al contrario, l’immigrazione non è una soluzione umanitaria per risollevare altri popoli, ma essa stessa è un problema. Non ne abbiamo bisogno e non la dovremmo subire. Inoltre il diritto di decidere sulla questione dei rifugiati dovrebbe essere riservato esclusivamente ai governi nazionali interessati.
L’immigrazione di massa non può essere vantaggiosa né per i migranti che, come vittime predestinate, vengono distribuiti su territorio dovendo costantemente misurarsi con nuovi mondi, un diverso modo di vivere, diverse usanze e cultura, sradicati dalla loro terra, senza diritti, senza fissa dimora e sempre pronti a nuovi trasferimenti.
Ma non giova altresì al popolo ospitante, non giova a noi che giorno dopo giorno vediamo sgretolarsi tutti i nostri punti di riferimento, avvertiamo la perdita dei nostri diritti, duramente conquistati, in nome dell’altruismo, del sentimento umanitario.
Non si tratta di un discorso razziale, non è corretto umanamente, né moralmente inveire contro chi ha fame, ha sete, chi ha la speranza per una vita migliore. Ma dietro la migrazione imposta degli esseri umani vi è una globalizzazione di pensiero, di coscienze e di Mercato.
Non dobbiamo considerare gli immigrati come nemici, ma i nemici sono coloro che permettono tutto questo, chi getta nella disperazione i popoli e non chi è disperato, non chi fugge, ma chi costringe gli esseri umani a fuggire e morire prima di approdare alla terra promessa.
Non si può certo pretendere, né tanto meno illudersi che sia possibile una piena integrazione di un numero così alto di migrati. L’inserimento, controllato e controllabile, dei richiedenti asilo in una nuova società è un processo molto lento che non deve alterare l’equilibrio di una nazione. L’Italia, così come l’UE, non possiede strumenti sufficienti a integrare economicamente e socialmente fiumi di persone provenienti da altri paesi, soprattutto nell’attuale condizione di profonda crisi economica sociale e politica. Masse così elevate diventano incontrollabili, disposti a tutto pur di sopravvivere. Nella situazione di miseria, disperazione e senza coscienza di classe sono costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro, abbassando il costo della forza lavoro, arrivando a delinquere quando necessario. Vanno ad alterare, se non a distruggere, l’ordine sociale della comunità, destabilizzando i governi e le identità locali.
Lo Stato è andato in crisi. Si diluiscono i confini, le credenze, i costumi, le coscienze, perfino la legge morale è cambiata: ciò che prima era deprecabile ora è lecito.
Ora il cittadino è un cittadino che non ha la certezza di essere tutelato, perde, così, ogni punto di riferimento. Arriveremo tutti allo smarrimento della propria identità.
L’Io individuale è minacciato e con l’immigrazione prende sempre più piede l’individualismo. Non c’è più la parola “noi”, ma “io”. Un “io” in crisi poiché non ha più un centro a cui affidarsi.
La migrazione crea la deindividualizzazione e, quindi, la fine del sociale: entra in crisi la società, lo Stato di benessere e tutto ciò che difende e protegge l’individuo. Le nuove dinamiche sociali creano il caos e quindi la perdita della consapevolezza di sé.
L’immigrazione deve essere combattuta e non favorita. Invece viene snaturato e sfruttato il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati dalla sua iniziale formazione.
Come pensare che esso possa essere la condizione risolutiva per il benessere del proprio paese. Come pensare esclusivamente al proprio orticello, ora e subito, e dimenticarsi il futuro dei propri figli e dei figli dei figli?. Questo orticello finirà di fruttificare al più presto. Lo abbiamo constatato con il progetto Sprar del “modello Riace”, che nei primi giorni di ottobre si vede arrivare la delibera di chiusura del progetto. La chiusura del progetto ha a che fare con diverse criticità e irregolarità riscontrate negli anni. Si tratta di una vicenda iniziata due anni fa, come spiega Daniela Di Capua, direttrice del Sistema centrale Sprar del ministero dell’Interno. Il Gip ha ritenuto che il sistema d’accoglienza fosse gestito con “malcostume” e “superficialità”.
E cosa ci possiamo aspettare dall’amministrazione locale e dai responsabili delle comunità di accoglienza quando si verificano episodi di aggressione fisica e verbale nei confronti di un bambino di soli 7 anni che terrorizzato corre a casa e per diversi giorni rifiuta di giocare in piazzetta per paura di essere ancora una volta accerchiato e minacciato da ragazzi immigrati dall’ altezza di 2 metri circa per aver compiuto uno scherzo spegnendo le luci dell’unico campetto sportivo esistente in un piccolo centro in provincia di Reggio Calabria?
Chi sono gli educatori che dovrebbero fare da mediatori affinché possano essere evitati eccessi di forza contro la comunità autoctona? Non è sufficiente una stretta di mano, come qualcuno suggerisce. Un aspetto questo da non trascurare, seppure nella accoglienza adeguata, per evitare una sopraffazione degli ospiti nei confronti dei locali, che in questo caso si tratta di minori.
Come, un episodio così grave, può passare quasi inosservato dalla opinione pubblica e veicolato come un qualcosa di poco conto, se non addirittura ben taciuto?
Ancora più grave è constatare che nessuna personalità pubblica, pur essendo a conoscenza dell’episodio, sia intervenuta per verificare i fatti accaduti e quindi lo stato del minore, che probabilmente non avrà in futuro un atteggiamento libero e ben propenso nei confronti di quelle persone, e non ultimo abbia dimostrato solidarietà ai genitori che soli, giorno dopo giorno, hanno dato sostegno e incoraggiato il bambino ad uscire di casa. Mentre con estrema comodità sono stati espressi pregiudizi nei confronti dei cittadini e non nei confronti dei migranti in questione.
A questo punto ci poniamo una domanda: cosa o quali interessi si nascondono dietro questa indifferenza totale di fronte a un episodio così eclatante?
In un’azione etica, io faccio valere non me stesso, ma ciò che faccio. Affermava Hegel.

Autore: 
Teresa Cricelli
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