Il Cirò sarà DOCG?

Lun, 18/03/2019 - 20:00
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La Calabria del vino si appresta a compiere un passo avanti importante. Il Consorzio del Cirò sta lavorando da qualche mese al dossier per la richiesta della DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) e all’assemblea, prevista per il 29 marzo, i soci dovranno dare il via all’iter. Per la regione, si tratterebbe di una prima volta e di un fondamentale riconoscimento al lavoro dei produttori che ha permesso di innalzare la qualità di questo rosso, a base di uve Gaglioppo, che sta avanzando sui mercati e che sta conquistando un posto di rispetto nel panorama enologico nazionale, oltre che l’interesse e la curiosità degli operatori commerciali e della critica internazionale. In questo lembo di costa Jonica, di denominazione garantita si parla già da un po’, ma sembra essere il 2019 l’anno giusto. Quello che celebrerà, tra l’altro, i cinquant’anni della Doc, e che porterà il territorio crotonese al centro dell’interesse di pubblico e specialisti. Oggi, la Doc Cirò rappresenta Circa l’80% del vino calabrese. Il potenziale produttivo del distretto, che conta 530 ettari (nei quattro Comuni di Cirò, Cirò Marina, Melissa e Crucoli), con 300 viticoltori e 60 cantine, è di oltre 3 milioni di bottiglie (3,1 quelle certificate nel 2018). La DOCG dovrebbe essere costituita da un 5-10% dei volumi totali imbottigliati: il vertice della piramide qualitativa che potrà fare il suo esordio con l’annata 2020. L’attuale zona del Cirò classico, riservata ai territori di Cirò e Cirò Marina, dovrebbe diventare l’area della nuova DOCG Cirò rosso superiore riserva. Le cantine hanno questa esigenza e hanno deciso di muoversi sempre di più nel percorso di valorizzazione del vitigno Gaglioppo, che passa dall’80% al 90%, si riduce la quota degli altri concorrenti che dovranno comunque essere vitigni autoctoni come Magliocco e Greco nero. L’imbottigliamento sarà obbligatorio nella zona di produzione. La filiera della Doc Cirò e Melissa è composta prevalentemente da piccole e medie aziende e il prodotto che genera è assorbito per il 65% dei volumi dall’Italia e all’estero la penetrazione commerciale è concentrata sui mercati più maturi.
“L’obiettivo resta quello di dare più appeal al vino sui mercati, aumentarne l’immagine e il livello dei prezzi. Condizioni essenziali per risolvere il vero problema della viticoltura locale che è il prezzo dell’uva ancora poco remunerativo per i viticoltori - afferma Raffaele Librandi, presidente del Consorzio e contitolare dell’omonima azienda vitivinicola - L’obiettivo condiviso, insieme a molti altri progetti, sarà perseguito dal nuovo Consiglio di Amministrazione che si insedierà prima dell’estate, di cui di sicuro non sarò più alla presidenza. Siamo un bel gruppo di aziende e abbiamo fatto un’importante esperienza di collaborazione in questi anni, in questo spirito è giusto un ricambio dei ruoli e un coinvolgimento sempre più ampio di produttori”

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