Il procedimento a “prova contratta”

Lun, 18/03/2019 - 17:40
Giudiziaria

Il giudizio abbreviato costituisce un procedimento "a prova contratta", alla cui base è identificabile un patteggiamento negoziale sul rito, a mezzo del quale le parti accettano che la regiudicanda sia definita all'udienza preliminare alla stregua degli atti di indagine già acquisiti e rinunciano a chiedere ulteriori mezzi di prova, così consentendo di attribuire agli elementi raccolti nel corso delle indagini preliminari quel valore probatorio di cui essi sono normalmente sprovvisti nel giudizio che si svolge invece nelle forme ordinarie del "dibattimento". Tuttavia tale negozio processuale di tipo abdicativo può avere ad oggetto esclusivamente i poteri che rientrano nella sfera di disponibilità degli interessati, ma resta privo di negativa incidenza sul potere-dovere del giudice di essere, anche in quel giudizio speciale, garante della legalità del procedimento probatorio.
Ne consegue che in esso, mentre non rilevano ne' l'inutilizzabilità cosiddetta fisiologica della prova, cioè quella coessenziale ai peculiari connotati del processo accusatorio, in virtù dei quali il giudice non può utilizzare prove, pure assunte "secundum legem", ma diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento secondo l'art. 526 cod. proc. pen., con i correlati divieti di lettura di cui all'art. 514 stesso codice (in quanto in tal caso il vizio-sanzione dell'atto probatorio è neutralizzato dalla scelta negoziale delle parti, di tipo abdicativo), ne' le ipotesi di inutilizzabilità "relativa" stabilite dalla legge in via esclusiva con riferimento alla fase dibattimentale, va attribuita piena rilevanza alla categoria sanzionatoria dell'inutilizzabilità cosiddetta "patologica", inerente, cioè, agli atti probatori assunti "contra legem", la cui utilizzazione è vietata in modo assoluto non solo nel dibattimento, ma in tutte le altre fasi del procedimento, comprese quelle delle indagini preliminari e dell'udienza preliminare, nonché le procedure incidentali cautelari e quelle negoziali di merito (così Sez. Un., Sentenza n. 16 del 21/06/2000, Rv. 216246).
Tali principi, enucleati dalla giurisprudenza di legittimità prima della recente modifica apportata dalla legge n. 103 del 23 giugno 2017 al codice di rito, possono ora considerarsi “recepiti” dal “nuovo” comma 6bis dell’art. 438 c.p.p., secondo cui “La richiesta di giudizio abbreviato proposta nell'udienza preliminare determina la sanatoria delle nullita', sempre che non siano assolute, e la non rilevabilita' delle inutilizzabilita', salve quelle derivanti dalla violazione di un divieto probatorio. Essa preclude altresi' ogni questione sulla competenza per territorio del giudice.”.
La nuova disposizione, che trova applicazione a decorrere dal 3 agosto 2017, ha un evidente contenuto “ricognitivo” dello stato dell’arte, avendo il Legislatore recepito i principi fissati da importanti arresti giurisprudenziali in tema, appunto, di non rilevabilità delle inutilizzabilità (per tutte la citata sentenza Sez. Un. n. 16/2000), e di sanatoria di nullità non assolute ex art. 183 c.p.p. (Cass. Sez. Un., 39298 del 26/09/2006, Rv. 234835; nonché, più di recente, Cass., Sez. IV, n. 16131 del 14 marzo 2017, Rv. 269609) a seguito di richiesta di giudizio abbreviato.
Occorre a questo punto evidenziare come, nel corso di un processo, l’attività di acquisizione sia stata dalle parti più volte stimolata, attraverso il ricorso al disposto di cui all’art. 441 del codice di rito. Sul punto, possono, in sintesi, evidenziarsi una serie di principi giurisprudenziali dai quali ne discende che è possibile affermare che la “necessità” dell’integrazione probatoria nel rito abbreviato (sia essa valutata d’ufficio ovvero su richiesta di una delle parti), per un verso, non è condizionata alla sua complessità o alla lunghezza dei tempi dell’accertamento probatorio; e, per altro verso, non si identifica con la “assoluta impossibilità di decidere” o con la “incertezza della prova”, dovendosi invece ritenere che detta “necessità” presupponga, in via alternativa, l’incompletezza di un’informazione probatoria in atti, ovvero la prognosi di positivo completamento del materiale a disposizione per il tramite dell’attività integrativa (Cass. Sez. 6, Sentenza n. 11558 del 23/01/2009, Rv. 243063, nonché la conforme Cass. n. 43329 del 2007 Rv. 238833)

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