L’ermeneutica delle conversazioni

Lun, 11/02/2019 - 16:20
Giudiziaria

In riferimento a quella che viene definita l’ermeneutica delle conversazioni, occorre osservare che le particolari precauzioni adoperate dai conversanti intercettati nel corso di alcune investigazioni antidroga che nei dialoghi telefonici hanno determinato l’uso di locuzioni verbali che possono apparire avulse dal contesto reale cui si riferisce il dialogo: in questi casi, l’utilizzo di perifrasi va ricondotto, in base al principio della comune esperienza e secondo criteri di stretta coerenza logica e cronologica, all’uso convenzionale di un linguaggio allusivo, il cui senso, nel contesto delle indagini, non appare altrimenti giustificabile se non in relazione alle illecite attività in atto. Infatti, secondo l’ipotesi investigativa, gli interlocutori hanno utilizzato un linguaggio volutamente criptico e cifrato (ciò nelle conversazioni in cui si aveva il contatto con i fornitori sudamericani e in quelle tra i sodali operanti in Italia), com’è agevole comprendere dall’assoluta illogicità del contenuto del dialogo, letta in una con l’utilizzo di termini estranei alle attività lecite svolte dagli interlocutori e/o all’oggetto del discorso. A ulteriore conferma della corretta interpretazione delle conversazioni intercettate dagli operanti, elemento di riscontro oggettivo esterno all’interpretazione del reale contenuto delle telefonate intercettate nel senso prospettato dagli inquirenti è costituito dai copiosi sequestri di sostanza stupefacente avvenuti proprio sulla base delle indicazioni captate (e, in taluni casi, dal conseguente arresto di alcuni dei protagonisti dell’attività contestata). Gli arresti e, soprattutto, i controlli e sequestri in questione venivano effettuati, infatti, sulla base di quanto ascoltato 'in diretta' con l'attività tecnica in atto, così fornendo un’ulteriore conferma del contenuto delle conversazioni intercettate.
Tra i riscontri una serie di sequestri di carichi di droga come nella circostanza del sequestro di 44 kg di cocaina, occultati in un container – trasporto bagagli proveniente, via Antille olandesi, da Porlamar (Venezuela); al sequestro di circa 70 kg di cocaina, ripartita in 69 pani rinvenuti all’interno di tre valigie di grandi dimensioni, trasportate in un container, presso il porto di Valencia; di 183 Kg di cocaina alla dogana di Rotterdam che esaminava il tragitto di quattro containers che risultavano provenienti da Paramaribo (Suriname). Lo stupefacente veniva, pertanto, sequestrato e il Procuratore della Regina disponeva la consegna controllata dei containers al cui interno venivano posizionate delle campionature.
Dalle attività investigative svolte in questa fase temporale sono emersi elementi che, letti alla luce di quanto oggettivamente documentato nei mesi a seguire, hanno reso possibile ricostruire l’importazione di un ingente quantitativo di cocaina, quantificato dagli stessi indagati in 100 kg., giunto al porto di Gioia Tauro, dalla Colombia, via Ecuador e Spagna, occultato all’interno di alcuni containers viaggianti a bordo di una partita dal porto di Guayaquil (Ecuador), aventi un carico di copertura di banane, destinato ad una società di Acireale (CT), che ha operato, per la transazione commerciale in questione, avvalendosi di una società di spedizioni. Quindi, proprio attraverso lo sviluppo di questi elementi, nonché dalla prosecuzione delle attività tecniche, si riusciva a documentare l’importazione in Italia, dalla Colombia, via Ecuador, di 23 kg di cocaina, giunti al porto di Gioia Tauro in due borse contenute all’interno del container (trasportante banane). Parte dello stupefacente (6,8 Kg) che era destinato a un gruppo acquirente sequestrato da personale dell’Arma Territoriale, dopo una prolungata attività di sorveglianza svolta dal II Reparto del R.O.S. centrale, presso un autosalone sito a Gioiosa Jonica.

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