La fame della Locride ha costretto a emigrare pure la ‘ndragheta?

Dom, 21/07/2019 - 11:00

La ndrangheta è un fenomeno complesso a cui sono stati dedicati anche importanti studi e ricerche, oggi noi non vogliamo elevarci a studiosi di questo fenomeno ma cercare di capire le dinamiche della sua crescita e strutturazione nel territorio e anche al di fuori. A novembre del 2018 pubblicammo questa notizia: “Oltre 180 mila giovani calabresi sono emigrati negli ultimi 15 anni”. Lo studio raccontava che uno su due ha scelto il nord Italia e il 15,8% l'estero. Il dato emerge dal Rapporto annuale sull'economia locale realizzato dall'Istituto Demoskopika. "L'analisi dei dati rileva un progressivo spostamento dell'incidenza del fenomeno dell'emigrazione verso fasce della popolazione a maggiore istruzione. (…) Lo studio evidenzia la ripresa di un preoccupante flusso migratorio alla ricerca di maggiori certezze sul versante occupazionale. Una 'mobilità forzata' che coinvolge soprattutto i nostri giovani che, non riuscendo a trovare un impiego adeguato alle proprie aspettative, capacità e titolo di studio, sono costretti a emigrare. Una grave perdita economica e di capitale umano subita dalla Calabria". Ora vorrei chiedere se questo dato abbia coinvolto anche la parte meno sana della popolazione calabrese, cioè la ‘ndrangheta. Mi spiego meglio. Considerata la forte crisi economica che hanno determinato i dati riportati, vorrei sapere se anche la ndrangheta sia emigrata e abbia cercato altrove le fonti di guadagno che qui non venivano più garantite, e anche una maggiore sicurezza, perché all’estero, soprattutto in Canada e nel sud America, le leggi sono meno aggressive che in Italia e in Europa. Un nuovo mondo antico riaffiora, perché in molte realtà la presenza delle cosche è segnalata già dagli anni 50 dello scorso secolo. Mi spingo su questo ragionamento per capire meglio cosa possano dirci le ultime operazioni relative a questa organizzazione criminale, comprendere quale sia la trasformazione in atto e quali i possibili scenari futuri. Abbiamo detto tante volte che la Calabria vive un periodo particolarmente grave, sta affrontando la sua peggior crisi economica che sta distruggendo tutte le attività sane che operano nella regione, soffre una mancanza di lavoro da record del mondo. Allo stesso tempo affermiamo anche con convinzione che il male più grave sia proprio la ‘ndrangheta, ma per sconfiggerla oltre la repressione serve anche una cura, una strategia che riporti una speranza di cambiamento, e un cambio di rappresentazione di questa regione che passa sempre e solo attraverso notizie negative, al limite del pregiudizio. Detto questo, conosciamo la storia di questo fenomeno criminale, che nasce già ai tempi dell’Unità d’Italia, poi si evolve in Italia e all’estero. Certo, la parte della storia che conosciamo meglio va da Montalto in poi (1968), quindi la malavita di Ntoni Macrì, non a caso detto il boss dei due mondi, che veniva considerata ancora una criminalità romantica, sbagliando, perché non trafficava droga e viveva sul rispetto. L’evoluzione continua con un forte radicamento delle famiglie, che è l’elemento in più rispetto alle altre organizzazioni perché nella ndrangheta non ci sono pentiti, perché è difficile tradire un fratello, un padre o un figlio. Oggi, dopo la stagione dei sequestri di persona, le faide degli anni novanta, la restaurazione dei De Stefano a Polsi, l’omicidio Fortugno e la strage di Duisburg, e infine l’operazione Crimine del 2010, come si colloca la geografia delle cosche?
Prima di giungere a conclusioni, va considerato un altro elemento per comprendere il fenomeno: la forte pressione delle forze dell’ordine e della magistratura che, attraverso una serie di operazioni, ha portato all’arresto di quasi tutti i boss e al sequestro di ingenti beni, creando grossi problemi alla criminalità. In un certo senso, entrando anche in un meccanismo determinante per questo territorio, ritengo, dalle carte che ho letto e da quello che vedo, che ci sia stato un periodo di grossi investimenti nell’economia di questo territorio verso gli anni 90, diciamo dopo il periodo delle faide, che sono coincise un po’ in tutti i grossi centri, intervento che ha drogato in qualche modo l’economia. Dal 2010 questa tendenza, grazie alla pressione delle forze dell’ordine e della magistratura è venuta meno, e attualmente la nostra economia è realmente povera. Oggi, dopo l’operazione “Canadian ‘ndrangheta connection” si scopre che il centro e le riunioni importanti del crimine di Siderno si svolgono a Toronto, anche per prendere decisioni che riguardano Siderno. Si scopre che la ‘ndrangheta ormai vive fuori dalla Calabria, ma i grossi cronisti questo dato evidente lo riportano ma ancora non lo comprendono. Il crimine da decenni vive fuori dalla Calabria, negli ultimi tempi i grandi boss, da Morabito a Trimboli, sono stati arrestati all’estero, del resto Bebè Pannunzio è vissuto sempre in Colombia. Come si fa a non vedere, che anche la ‘ndrangheta come tutta la popolazione calabrese, tende a emigrare, tende ad amare la Calabria, ma non sopporta di vivere le sue storture e cerca per sé e per i propri figli un luogo migliore dove passare la vita e lavorare (si fa per dire)?
Oggi c’è solo la fame, sia per la ‘ndrangheta sia per chiunque vive nella Locride. Non ci sono prospettive immediate, non ci sono speranze.
Concludo questa riflessione dopo aver letto questa mattina una lettera del procuratore Giuseppe Lombardo pubblicata da Repubblica con il titolo simbolico "La lotta alla mafia non è una priorità dello Stato italiano". In questa lettera, che scrive per ricordare la figura di Paolo Borsellino nel giorno dell’anniversario della morte, afferma con realismo che purtroppo ancora non si è riusciti a convincere gli organi centrali a fare scelte politiche nette per la lotta alla criminalità. Questo mi sembra uno dei punti prioritari per avviare una seria analisi del fenomeno e della sua auspicata fine. La fine della criminalità viene ipotizzata in più parti nella narrativa italiana, io sono rimasto colpito dalla scelta fatta da Gioacchino Criaco nel suo libro “Anime nere”, in cui la fine della ‘ndrangheta veniva provocata da un’implosione interna, nel film poi trasformata in implosione familiare. A questo punto penso che la mia analisi di oggi possa portare a una diversa ipotesi: la morte della ‘ndrangheta per emigrazione.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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