La festa della tosatura, una giornata a contatto con madre natura

Dom, 09/06/2019 - 13:00

Domenica mattina mi hanno invitato per la tosatura delle pecore, a Janchina, una contrada di Locri, sotto Gerace e Antonimina, luogo molto bello dove il tempo sembra essersi fermato è sono vive le nostre secolari tradizioni. Sì, la tosatura delle pecore. Ho scoperto che è una vera tradizione di chi vive e lavora le nostre meravigliose campagne. Sono arrivato in questo posto, che mi rimarrà nel cuore, la mattina presto e ho visto subito una mandria di quasi 100 pecore che sembrava attendessero con piacere questa pratica, che le libera dal manto di lana e le prepara ad affrontare l’estate senza soffrire il caldo. Questa pratica è abbastanza semplice e naturale, ma per chi come me vive in una cittadina che ha perso queste conoscenze, sembra qualcosa di straordinario. Mentre guardo questi due ragazzi entrare con le forbici tra la lana, mi rendo conto di trovarmi in un mondo antico, un mondo fatto di pastori, di tosatori, di Black il cane pastore, di vitelli che a me sembravano tori, di maiali neri e di tutti gli altri animali che circondano un’azienda agricola. Conosco subito Carmelo e i suoi figli Giuseppe e Antonio. Carmelo, come un bravo padrone di casa mi presenta le pecore e mi spiega il lavoro che si sta facendo; poi nella stessa stalla mi fa vedere dei giganteschi bovini che, per me profano, possono anche essere tori, perché hanno le corna. Infine, tra le pecore mi fanno notare anche i montoni con le loro belle corna arcuate. Usciamo dalla stalla, vedo tutta quella lana per terra, incuriosito chiedo cosa ne faranno. Rimango stranito dalla risposta, perché mi dicono: dobbiamo buttarla. Come, dico io, con tutte le storie che narrano come in campagna non si butti via niente? “Ora è così – mi dice Carmelo – fino a pochi anni fa la vendevamo a un signore che poi la rivendeva a lanifici del nord, ma anche questi ormai lavorano poco con i prodotti naturali, troppo fastidiosi forse”. E mentre mi dice questo, mi accompagna lungo una stradina. Arriviamo in una zona circondata da piccole costruzioni, da una stanza esce un profumo intenso di carne in cottura. Carmelo mi presenta sua madre, cummari Mela, una signora di altri tempi che porta con grazia nel viso i suoi oltre 80 anni. Mi saluta e il figlio le chiede di spiegarmi come funzionava una volta. Lei un po’ sospettosa, perché non mi conosce, inizia piano e mi spiega che una volta le pecore erano molte di meno, e si aspettava la tosatura proprio per togliere la lana che sarebbe stata utilizzata per fare indumenti, calze, maglie interne, lenzuoli e coperte. Chiedo se fossero compresi pure i materassi, ma mi risponde che a quei tempi si facevano con fieno e “scarafaggi”. Piano piano inizia a fidarsi e mi racconta che in quell’area ora abitano poche famiglie ma una volta erano in molti, tanto che lì vicino c’era una scuola dove andavano quasi 100 bambini.
Mi dice: “Noi eravamo nove figli e a quei tempi c’era solo questa casetta dove dormivamo tutti in una stanza, in due lettoni, femmine e maschi con i nostri genitori; nella stessa stanza ci si lavava e si mangiava. Tutti quelli che abitavano lì davano conto o gnuri (al signorotto del paese), che nel periodo dell’accoppiamento consegnava ai pastori una pecora affinché venisse ingravidata, e poi voleva restituita la pecora e pure mezzo agnello. Si viveva con poco e tutto quello che si riusciva a produrre, dal vino all’olio, lo si andava a vendere nella fiera a Prestarone. Mi chiamano, si va a vedere la zona più alta, proprio dove viveva u gnuri. Saliamo e ammiriamo un mondo meraviglioso fatto di alberi, di piante dal profumo indimenticabile, come l’origano e il timo. Procediamo e tutta la strada è piena di casine abbandonate di cui sono evidenti i ruderi. Chi mi accompagna, mi spiega che fino agli anni ‘70 abitava molta gente, ma dopo l’alluvione di quegli anni la maggior parte delle famiglie ha abbandonato la campagna per trasferirsi nelle case popolari di Locri. Anche i figli du gnuri si spostarono alla marina. La zona è bellissima, tutto abbandonato ma pieno di profumo e dei segni di un tempo che fu. In questa zona ai confini della realtà, abita solo una signora molto anziana, che ancora riesce a vivere secondo gli usi e i costumi di un tempo. Penso che forse ha scoperto l’elisir della longevità: alimenti genuini, aria sempre pulita, tempi umani, solo così si possono superare i 90 anni. All’ora di pranzo, come tradizione vuole, torniamo a degustare i piatti a base di pecora, preparata in due modi: al sugo di pomodoro e in bianco. A questo appuntamento, come da tradizione, si uniscono i tosatori e tante persone che sono legate alla famiglia di Carmelo, per affetto, per lavoro e per amicizia. Questo è uno degli appuntamenti che il grande orologio della campagna impone ai suoi figli. Alla fine della giornata mi rimangono alcune riflessioni che voglio esprimere a caldo. La prima cosa che mi sembra evidente è che quello che ho visto è stato un mondo difficile ma bellissimo, e bisogna capire perché la nostra gente è stata convinta ad abbandonarlo per andare a lavorare in fabbrica al nord. “Hanno fatto credere alla gente – mi confida Leonardo – che ci fosse un mondo migliore, con meno fatica e più guadagni, mentre la campagna era un brutto mondo”. Questo posto viene descritto da chi l’ha vissuto in passato come il paradiso: tutto era in ordine, ogni zona era coltivata, c’erano tutti i tipi di animali e la gente condivideva ogni momento della vita rurale. Questo posto, secondo me, rappresenta tutta la Locride. Forse qualcuno ha sbagliato valutazione, perché abbandonare questi posti non ha portato benefici, ma solo problemi: dal dissesto idrogeologico, all’assenza di cibo genuino nelle nostre tavole, dalla mancanza di economia di produzione alla mancanza di lavoro e di idee di sviluppo. Qui c’era tutto questo, ma qualcuno non ci ha visto lungo, e ha consigliato a questa gente, alla nostra gente, di abbandonare questa vita. Per fortuna oggi il mondo ci sta fornendo una diversa lettura del futuro. Sono tornate a essere importanti le cose semplici di un tempo, la soluzione per il dissesto idrogeologico è la coltura della terra, la soluzione per vivere meglio è la dieta mediterranea, nei ristoranti la gente vuole mangiare solo prodotti tracciati, ovvero che si sappia da dove vengono. La nuova economia sta insegnando alle nuove generazioni che il contatto con la natura è fondamentale, ci si sta rendendo conto che i prodotti tipici autoctoni sono una preziosa fonte di guadagno, e infine tutti gli indicatori dicono che la via dello sviluppo economico della Locride passa dall’agricoltura.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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