La legalità non deve essere una camicia di forza

Dom, 21/10/2018 - 11:40

È morto Cosimo (Ottobrino).
Aveva 81 anni, era un bracciante agricolo e una persona mite, uno di quei cittadini di cui normalmente la stampa non parla quando, come polvere di roccia, spariscono dal nostro mondo. Apparentemente uomini senza storia ma ognuno di noi ne avrebbe una da raccontare.
La sua morte mi ha riportato a un giorno lontano nel tempo.
Era rimasto senza casa in un paese di case popolari chiuse. La sua era una famiglia con tanti bambini piccoli che venne a trovarsi, da un giorno all’altro, senza un tetto e senza lavoro. Ignorati dalle “Istituzioni” e dalla “Legge” decisero di protestare pacificamente accampandosi nella pubblica strada.
Io ero un giovane consigliere comunale comunista e credevo di sapere quale fosse il mio dovere: andai con i Pezzaniti e occupammo un piccolo edificio pubblico che diventò, col passar degli anni, la loro casa. La stessa in cui Cosimo è morto!
Fummo dei “fuorilegge” e come tali denunciati ma ero convinto di interpretare lo stato d’animo di quella parte della popolazione che non aveva voce alcuna.
La “legge” aveva assegnato le case popolari al maresciallo dei carabinieri, al cancelliere, agli impiegati di ogni ordine e grado e a tanti altri senza che ne avessero alcun titolo. Case per tutti ma non alle famiglie disagiate. E tutto ciò era avvenuto nella piena “legalità”!
E così a distanza di tanti anni mi pongo ancora la domanda: facemmo bene o male a occupare quella “casa” per la famiglia di Cosimo?
A quei tempi non avevo dubbi ed ero decisamente convinto che la “legge” - in molte circostanze - fosse lo strumento delle classi dominanti per sottomettere i cittadini inermi.
E il “caso” di Cosimo era lì a dimostrarlo perché conteneva la prepotenza dei forti contrapposta alla debolezza endemica della gente comune.
E non ero il solo ad avere queste idee! (Conservo ancora l’intervento di Umberto Terracini, già presidente della Costituente, con cui chiedeva l’amnistia e l’indulto per il ventennale della proclamazione della Repubblica come riparazione alla “violenza della legge”).
Oggi continuo a pensare che molto più di chi rappresentava in quel momento storico la “Legge”, noi ci muovemmo sulla via indicata dalla Costituzione quando occupammo la casa per quei bambini rimasti senza un tetto.
Spinti a esser “ribelli” per un atto di dignità umana e di giustizia sociale.
Certamente per molti di noi l’impegno politico era altra cosa rispetto ad oggi . Lo scontro era duro e permanente ma mai personale e in ogni occasione di attrito sociale avvertivi il battito del cuore forte nella gola all’arrivo dei carabinieri ma non dovevi mai dimostrarlo. I valori di solidarietà e di umanità erano prevalenti rispetto a una formale quanto ipocrita “legalità”.
Ci ritenevamo costruttori di un “nuovo mondo” e di un “nuovo Umanesimo” anche se ognuno di noi era cittadino e frutto del mondo e del paese in cui viveva ed era impastato dei valori (e disvalori) presenti nella società.
Apparentemente forti, in verità fragili come foglie.
Ho raccontato un episodio molto lontano nel tempo, debole eco di un mondo che fu! Da allora tutto è cambiato. Molte cose - la maggioranza - in meglio, altre in peggio. In fondo avviene sempre così nella storia dell’Umanità.
Ma non bisogna dimenticare.
Non sarebbe giusto innanzitutto per “Cosimo” che non vive più tra di noi ma non è stato un Uomo senza storia sia perché nessuno lo è e poi perché ha vissuto - almeno quel giorno - da protagonista la storia dell’Umanità.
Riflettendo si capisce che il dilemma che ci ponemmo in quei giorni è più attuale che mai e che la legalità è un valore solo quando è illuminata dalla Costituzione intesa come “patto sociale” vincolante per tutti e a ogni livello altrimenti diventa una camicia di forza che si fa indossare ai più deboli per renderli inoffensivi e servili.
Ed è ancora questo dilemma che ci ha portato a manifestare per la “Libertà” a Riace e ancora ieri dinanzi all’ospedale di Locri dove la “legalità repubblicana” è fatta a pezzi.
Di quell’evento lontano, mi resta l’amaro in bocca per un mondo che abbiamo visto nel sogno che invece è svanito prima dell’alba.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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