Le minacce più pesanti non sempre provengono dalla 'ndrangheta

Lun, 11/02/2013 - 10:09
Intervista integrale al giornalista Stefano Santachiara
Le minacce più pesanti non sempre provengono dalla 'ndrangheta

Dall’inizio del 2013 i giornalisti minacciati sono, secondo Ossigeno per l’informazione, 67. Dal 2006 si parla addirittura di 1.314 casi. Cosa ne pensa di questa moria di minacce?

 

È lo specchio del nostro Bel Paese. I giornalisti sono fondamentali per il livello di una democrazia, il semplice diritto-dovere di informare, se esercitato fino in fondo, e' rivoluzionario perche fornisce alla cittadinanza strumenti per conoscere e capire, dunque per difendersi dalle ingiustizie: come singole vittime di reati e soprusi, e come collettività rispetto a dinamiche economiche e sociali. Alcune inchieste giornalistiche hanno svelato accordi segreti ai danni della collettività, supportato la magistratura e scoperto fatti utili alle indagini e rischiando di scoprirne dei nuovi. Per questo scattano le minacce, come reazione o prevenzione ad una azione, dalla provincia al centro. Il Potere, nelle sue varie forme, dalle mafie alla criminalità finanziaria e politica spesso occulta, si preoccupa prioritariamente di due cose: la magistratura e la stampa. Una parte di editoria, purtroppo rilevante, risponde direttamente o indirettamente a interessi precisi, e non sono pochi i "pennivendoli" predisposti geneticamente all'asservimento. Dunque si realizzano vere e proprie manipolazioni mediatiche sofisticate, in grado di far passare verità di comodo in modo verosimile. Come? Non ponendo mai la seconda domanda che smentirebbe l'intervistato mentitore, facendo emergere subdolamente come oggettiva la tesi sostenuta da una parte, spacciando prescrizioni di reati commessi (il caso più celebre fu quello di Andreotti, colpevole di associazione a delinquere con Cosa nostra fino al 1980 ma prescritto per il decorso del tempo) per assoluzioni nel merito, cancellando fatti gravissimi dalle pagine dei giornali. Le faccio un esempio: ha mai sentito parlare di due complotti che sarebbero stati orditi ai danni di Clementina Forleo, gip di Milano che scrisse in un'ordinanza della complicità di D'Alema e Latorre (mai neppure indagati) nella scalata dell'estate 2005 di Gianni Consorte di Unipol a Bnl? No, eppure un senatore degli allora Ds del calibro di Ferdinando Imposimato ha testimoniato alla Procura di Brescia di una riunione presso l'ufficio della collega Anna Finocchiaro in cui alcuni dalemiani invitavano il Guardasigilli Mastella ad inviare ispettori contro Forleo; inoltre il gip di Cremona Guido Salvini, che aveva prestato servizio a Milano, ha rivelato di aver assistito a riunioni in cui magistrati pianificavano strategie contro Clementina. Se è falso va punito Salvini, se è vero è un fatto gravissimo. Il procuratore generale della Cassazione ha negato l’audizione testimoniale di Salvini con la singolare motivazione che prima deve fornire riscontri, il Csm se ne guarda bene, nessun giornale ne parla.

 

 

 

A parte i casi famosi, degni di scorta. A essere presi di mira sono i giornalisti di provincia, quelli che il territorio lo vivono. Lei è tra questi. Che tipo di minacce o cause legali (altrettanto deleterie) ha ricevuto?

 

Minacce non eclatanti ma velate e costanti, per le quali ho presentato denunce, due anni fa e l'anno scorso, all'autorità giudiziaria. Dai classici avvertimenti, come una bara ritagliata da internet e incollata alla targa dell'auto ("morto che cammina") a violazioni di posta, domicilio, furto del portatile. Certamente si tratta di persone esperte, non criminali di strada, in quanto sono riusciti a farmi capire in modo inequivocabile che possono fare quello che vogliono quando e come vogliono.

Di querele per diffamazione ne ho subite molte per articoli sul quotidiano L'Informazione di Modena per cui ho lavorato dal 2007 a febbraio 2012, nessuna per i pezzi sul Fatto Quotidiano, con cui collaboro dal 2009. Fortunatamente sono tutte state archiviate. Altro discorso per il “il limbo” in cui mi sono trovato a parlare al di fuori dei giornali, dove sono scattate insidiose cause civili tuttora in corso…

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Il momento piu brutto qual e' stato?

 

È stato quando si sono accavallate diverse coincidenze dopo la puntata di Report del dicembre 2011 dedicata a indagini per abusi edilizi e corruzione a Serramazzoni, comune dell'Appennino modenese, condotte dal pm Claudia Natalini. In particolare, quella che il procuratore Vito Zincani ha definito un unicum, in quanto si tratta del primo caso di mafia e Politica in Emilia: il sindaco del Pd Luigi Ralenti, immobiliarista di origine democristiana, e’ accusato di essersi lasciato corrompere dall'ex soggiornante obbligato Rocco Baglio di Polistena di Gioia Tauro, considerato legato alla cosca Longo Versace, in cambio di un project financing da 1 milione di euro per il restyling dello stadio. Il sistema e’ poi crollato con lo scioglimento del Comune la scorsa estate per l’insorgere di nuove indagini sul neo sindaco Sabina Fornari, fedelissima di Ralenti, sul capo dell’Urbanistica Enrico Tagliazucchi e costruttori modenesi, indagati per associazione a delinquere finalizzata ad abuso edilizio, abuso d’ufficio e concussione. Il ‘Sacco di Serra’ contava su un’omertà trasversale con un Pdl, di area Giovanardi, che non si e’ mai accorto di nulla. Dopo Report gli inquirenti mi avvisano che la situazione sta diventando difficile, di fare attenzione perché la possibilità di far arrivare ad un pubblico ampio come quello della Rai tematiche nuove, non parlo del caso di Serra ma di altri, potrebbe causare problemi. Il pericolo imminente non è l'omicidio brutale, ovviamente, in quanto significherebbe la fine per le mafie e il Potere ‘sporco’, per via dell'attenzione mediatica e investigativa che ne deriverebbe. Ma ci sono tanti modi, accidentali. Al mio rientro a Modena nel gennaio 2012 scopro che il giornale L Informazione chiude i battenti per il mancato introito dei contributi per l'editoria, bloccati in seguito ad un indagine della Procura di Cremona su una presunta truffa per incassarne più del dovuto. Il procedimento penale si è poi chiuso con l'assoluzione piena, ma intanto il giornale era gia morto e sepolto. La decisione di chiudere di punto in bianco suonava comunque strana, dato che le vendite e la pubblicità de L’Informazione di Modena, Reggio Emilia e Bologna- piccolo ma "fastidioso" per l'ottimo lavoro dei colleghi sui temi delle mafie e della corruzione - erano in crescita e le tv dello stesso gruppo rimaste in piedi avevano conti peggiori. Il mese dopo la chiusura del giornale arriva una querela, questa volta si tratta di una causa civile intentata da Cooprocon, una cooperativa citata nel servizio di Report in merito a presunti abusi edilizi. La coop chiede a me, al conduttore Giuliano Marrucci, Milena Gabanelli e i due cittadini intervenuti Francesca Ragusa e Oliver Zaccani, un risarcimento non quantificato ma comunque non inferiore a un milione di euro ciascuno. Il processo è in corso, abbiamo rifiutato la mediazione preliminare in quanto convinti di aver detto solo cose vere, di rilievo pubblico e in modo continente.

 

Di che cosa si occupava quando ha subito le minacce?

Di vari temi. Molti articoli riguardavano indagini e processi sul clan dei Casalesi e sulla 'ndrangheta e sui fedelissimi di Provenzano, Vincenzo Alfano e Ciccio Pastoia, presenti in Emilia. Le regioni del nord sono basi mafiose da un trentennio, utili a incrementare il fiume carsico degli affari leciti a partire dal mercato immobiliare dove si registra un’alta percentuale di case e hotel vuoti. In uno dei casi in cui la Dda di Bologna ha provato la proprietà di Francesco Ventrici della cosca Mancuso, l’Hotel King Rose di Granarolo, è finita come troppo spesso accade in Italia: il bene confiscato non è stato affidato a fini sociali e sarà venduto all’asta col rischio di tornare in mani sporche. Il nodo centrale non è la presenza della mafia militare che chiede il pizzo a conterranei e gestisce traffici di droga, armi e bische clandestine, ma il rapporto cementato con il Potere economico finanziario e le entità ad esse collegato, siano politico-istituzionali, massoniche, ecclesiastiche.
Ricordo il racconto in diretta per Modenaradiocity (la radio per cui ho lavorato sino al 2006) dell’attacco al cuore dello Stato che segnava l’uscita mafie dalla strategia della sommersione al nord: la cosca Arena, quella che ha fatto eleggere coi brogli in Germania il senatore Pdl Nicola Di Girolamo, fa saltare in aria con un chilo di pentrite – cinque volte piu potente del tritolo - l'Agenzia delle Entrate di Sassuolo, che aveva osato scoprire una frode di Iva che nascondeva uno spaventoso giro di riciclaggio tra la Svizzera e le Isole Vergini. Il processo incardinato dalle indagini del pm della Dda Elisabetta Melotti (ora procuratore capo ad Ancona) si e’ chiuso faticosamente nei mesi scorsi: condanne per tutti gli imputati tra cui il commercialista Paolo Pezzatti, ex dirigente dell’Unione banche svizzere, cui però non e’ stata riconosciuta l’aggravante mafiosa, e Paolo Pelaggi, titolare della ditta di Maranello che l’indomani della bomba telefono’ al direttore dell’Agenzia delle Entrate per dirsi a “disposizione per comprare macchinari”. Un’altra vicenda sconcertante è quella del sindaco di Vignola Roberto Adani del Pd, che studia i saggi sulle cosche al nord scritti da Enzo Ciconte, segnala anomalie a carabinieri e polizia, monitora il territorio pieno di ex soggiornanti quali Rocco Gioffre’ di Gioia Tauro, Vincenzo Campione di Gela, o violenti estortori casalesi come Alfonso Perrone. Adani caccia funzionari indagati e il chiacchierato assessore Francesco Antonio Orlando, che smentisce di far parte della massoneria bolognese. In una parola il sindaco non si volta dall'altra parte come tanti suoi colleghi. Nel 2006 riceve due proiettili in busta chiusa, e da allora intimidazioni del genere classico: "attento a quando passi la strada, tu e i tuoi bimbi". Nel 2009, al termine del mandato, il partito che assicura poltrone a tutti gli ex, non trova uno strapuntino per Adani. Che non dermorde e si candida alle primarie del 2013, venendo minacciato ancora durante la campagna elettorale. Io e il blogger del Fatto Quotidiano Stefano Soranna siamo andati a calcolare quanti democratici tra sindaci, assessori, dirigenti e responsabili di circolo hanno dichiarato pubblicamente di appoggiare Adani: zero. Nessun giornale, a parte Narcomafie con un articolo a firma di Marco Nebiolo, ha mai scritto delle sue battaglie e del suo isolamento in questi anni. Un altro mistero riguarda l’omicidio della notte di Natale del 2009: il parroco di Vignola don Giorgio Panini uccide il bancario in pensione Sergio Manfredini, con cui conviveva e gestiva conti correnti milionari e un patrimonio ingente fra appartamenti e case vacanze. Panini non viene ridotto allo stato laicale, la curia gli paga l avvocato, in appello strappa una riduzione della condanna da 20 a 10 anni e poi la detenzione domiciliare. I media, compresa Mediaset, si buttano a capofitto sulla pruderiè dell’amante polacca del sacerdote mentre il filone sul tesoro impensabile per un parroco di provincia e un bancario si chiude in modo silente con un frettoloso patteggiamento in udienza preliminare. Un black out simile a quello relativo al patto in seno alla Banca popolare dell'Emilia Romagna: l'avvocato Gianpiero Samorì, vicepresidente del Circolo di Dell'Utri e squalo della finanza, dopo 4 anni di scalate fallite riesce a sedersi nel salotto buono di coop rosse, finanza cattolica e capitani d'industria quali il patron dell’Inalca Luigi Cremonini, l’erede dell’impero decaduto dei tortellini Vittorio Fini e Piero Ferrari, figlio del Drake e presidente di Piaggio. O allo scandalo della festa dell'Unita' di Modena inquinata. Pochi giorni dopo lo scoop del fatto quotidiano.it sull’apertura di un’inchiesta il comandante del Corpo Forestale dello Stato Carlo Carbini decide di andare in pensione, pare dopo pressioni. Un breve excursus: un gruppo di imprese sassolesi che aveva acquistato il terreno dai Ds scopre nel 2005 con una perizia privata che l'area e' inquinata da solventi metallici lasciati dalla vecchia Fornace, ma non utilizza la clausola per rispedire indietro "il pacco" al partito, bensi vende tutto a una cordata bipartisan di 5 società partecipate da decine di colossi: le coop del Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, Conad, banche come Mps e Bper, costruttori legati alla destra come Granulati Donnini, partner di Modena capitale, holding di Samorì. Se è vero quanto afferma il Comune di Modena, ossia che la delibera contestata dall'ex Idv Eugenia Rossi in cui cambia la destinazione d'uso da attrezzature generali ad area edificabile non comporta il placet a costruire, perche tutti insieme appassionatamente comprano a prezzo maggiorato un'area inquinata? Un regalo inspiegabile. Un altro caso passato sotto silenzio riguarda l'inchiesta sul segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini e altre 5 persone tra dirigenti pubblici e imprenditori, indagati per turbativa d'asta e abuso d'ufficio per fatti risalenti a quando Bonaccini ricopriva il ruolo di assessore comunale di Modena: presunti favoritismi ad una societa', Sdps (acronimo di societa di perfetti sconosciuti) di Max Bertoli e Claudio Brancucci, subentrata nell'estate 2003 nella gestione del maxichiosco comunale del parco Enzo Ferrari. Tina Mascaro, originaria di Rossano Calabro, e’ la regolare concessionaria fino a dicembre: convinta di essere l’ostacolo ad una speculazione immobiliare nel polmone verde, registra di nascosto su audiocassette un geometra dell'ufficio di Bonaccini e Bertoli che le facevano pressioni e si dicevano certi del subentro. Sdps ottiene la concessione dopo lo sgombero forzato della Mascaro con la motivazione di "carenze igieniche" e il rinnovo nel 2008 nonostante svariati canoni di affitto non pagato. Tina invece viene denunciata in seguito al sequestro dei vigili della tendina montata a fianco della sua edicola, per il reato di "invasione di suolo comunale" nonostante il parco Ferrari su cui insisteva l'edicola fosse del Demanio statale, cui la donna pagava la concessione. L’Ente locale compra il parco Ferrari dallo Stato (e negli anni a seguire discute del progetto di una maxipiscina con insediamenti commerciali e parcheggi, progetto che poi verra’ accantonato) mentre si celebra il processo, che si chiude con la scontata assoluzione di fine gennaio 2007. Pochi giorni dopo Mascaro, dopo aver confidato ad una legale di Cesena di aver subito minacce di imprecisati "comunali", viene uccisa da un assassino ancora senza nome. I comunali, va sottolineato, non sono sospettati del delitto. Non sappiamo neppure come finirà il procedimento penale per abuso d’ufficio (la turbativa, salvo rinunce, è già prescritta) ma trovo grottesco che nessun giornale, ne' di Modena ne' di Bologna, abbia scritto una riga su giorni di audizioni in Procura di testimoni quali un assessore regionale, un vicesindaco di Modena e comandanti dei vigili - convocati perche un cittadino, il professore della Cattolica Sergio Calliari, ha raccontato al pm Enrico Stefani della frequentazione di Bonaccini con Brancucci - per la prima indagine riguardante il leader regionale del Pd di stretta osservanza dalemiana-bersaniana... "

 

 

Sul piano della solidarietà come si sono comportati rispetto alle intimidazioni che ha subito?
"Non ho pubblicizzato le minacce. Per quanto riguarda la causa da un milione di euro molti colleghi e cittadini hanno espresso solidarietà, più in privato che in pubblico, condividendo quanto sostiene il mio avvocato Fausto Gianelli, già legale dei ragazzi pestati alla Diaz durante il G8 del 2001, che parla di “una causa intimidatoria finalizzata a imbavagliare la stampa scomoda”. La stessa posizione e' stata espressa da Ossigeno, Articolo 21, sindacato e Ordine dei giornalisti. La proposta di Alberto Spampinato di cambiare la legislazione in materia è sacrosanta. In Italia, parlando in generale, un potentato economico politico può intentare cause infondate ottenendo di creare disagio ad un giornalista per lungo tempo, meglio se precario, e di "educare" anche i colleghi che mai avessero intenzione di occuparsi di quella vicenda. Controindicazioni? Non certo il rischio di pagare le cifre astronomiche richieste ma solo una spesa a budget per il pool di avvocati. Al termine di tali processi civili, se anche il giudice afferma l'infondatezza della causa, pochi cronisti presentano contro causa per lite temeraria, che comporterebbe altri anni di impegno nei tribunali”.

PerchÈ lei non ha ricevuto protezione dallo Stato?
Non l’ho mai chiesta. Per il fatto che, se un giorno decidessero di uccidermi, servirebbe solo a far rischiare anche onesti servitori dello Stato. Inoltre, come ha ricordato Lei all'inizio, sono tantissimi i giornalisti minacciati e non ho gli elementi per esprimermi sull’entità dei pericoli e sulle specifiche necessità. Di certo si resta senza parole di fronte a scorte concesse a vip politici che le usano per fare shopping o per recarsi a festini. E pensare che una persona come Christian Abbondanza della Casa della Legalità di Genova, che assicura un contributo concreto a svariate indagini su mafia e politica e ha ricevuto numerose minacce da parte di boss di primo piano, non ha ancora uno straccio di vigilanza!

 

In cosa differisce il suo caso dal collega della Gazzetta di Modena, Giovanni Tizian?
Non credo sia il caso di fare paragoni.

 

Eppure Lei è stato il primo a parlare di rapporti mafia politica in Emilia…

 

È cosi. Non posso non notare come l'importante inchiesta del pm Natalini sia stata minimizzata da tutti.

 

In questo «tutti» possiamo includere anche Giovanni Tizian, simbolo dell'antimafia, che su la Gazzetta di Modena nel gennaio 2012 scrisse: «Rocco Baglio in passato è stato coinvolto in alcune indagini sulla ‘Ndrangheta, un tempo veniva indicato come esponente delle cosche Longo-Versace di Polistena, ma ha scontato la sua pena e oggi si smarca da ogni vicinanza a quel mondo»?Come ci può spiegare questa discrepanza?

 

 

E’ inspiegabile. Premessa: è legittimo sostenere, come fa la difesa di Baglio, che il pregiudicato reggino (condannato negli anni ’90 per detenzione di armi e bancarotta fraudolenta) non sia mai stato affiliato a cosche, in quanto non ha ricevuto condanne di tipo mafioso(venne spedito al nord come tanti altri soggiornanti obbligati sulla base di informative di polizia). Nel procedimento per corruzione e minacce non gli viene contestato l’articolo 7, anche se un paio di mesi fa il gip di Modena che ne ha disposto l’arresto ha parlato di “metodo ndranghetista” sulla base degli elementi raccolti dalla Guardia di Finanza riguardo un incendio doloso e il recapito di una testa di capretto mozzato per spaventare un immobiliarista rivale. E’ invece illogico affermare – come ha fatto Tizian e prima ancora un articolo del Resto del Carlino - che un boss un tempo mafioso oggi si smarchi dall’organizzazione senza pentirsi. Il punciuto lo è per sempre: la mafia non ammette dimissioni. Il problema evidentemente non è di Tizian, cui va la solidarieta’ per la minaccia subita in seguito ad un articolo su un giro di slot truccate in odor di ndrangheta, ma di linee editoriali e, nell’ambito del dibattito politico, di una volontà di assurgere un’antimafia buona rispetto a quella “scomoda”, dei tanti precari che nelle province del Bel Paese cercano faticosamente di far emergere fatti documentalmente provati ma censurati o minimizzati dall’Agenda mediatica, fatti che scavano oltre la mafia tout court e sviscerano la mafiosita’ del Potere, in tutte le sue forme.

 

Autore: 
Eleonora Aragona
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