Malvasia nera di Brancaleone

Lun, 11/02/2019 - 18:00
I frutti dimenticati

La storia delle viti di Brancaleone, come del resto di tutte le altre enclaves viticole della provincia di Reggio e di quelle della Calabria intera, si sta esaurendo per inerzia, per il fatto che le vigne marginali, che erano state impiantate nel prima dopoguerra, per rinnovare quelle in via di esaurimento, nate a cavallo delle due guerre, hanno di fatto terminato la loro funzione importantissima di aree di conservazione del germoplasma viticolo, che affondava le radici nell’antichità ellenica, romana e bizantina, che avevano valorizzato le viti di tutta l’antichità in genere o utilizzate quelle del territorio, frutto della domesticazione delle viti silvestri, di cui tutta la Calabria era molto ricca.
Ciò è dimostrato abbondantemente dall’analisi del DNA di circa duecento viti, su trecento venti della mia raccolta, portato avanti dal Centro Sperimentale di Turi in provincia di Bari, che indica senza ombra di dubbio, che da essa sono emerse circa settanta viti dal profilo molecolare unico al mondo, provenienti da un misterioso passato.
Personalmente non so o non voglio per il momento sapere, quali siano le settanta uniche in quanto non vorrei essere tentato dalla voglia di rivelarlo, contro le indicazioni del dott. Angelo Caputo del CREA di Turi, che ha speso, solo per reagenti, trenta mila euro al servizio di una Calabria, che nemmeno l’aveva richiesto per ignavia.
Esiste, infatti, un progetto che prevede il salvataggio definitivo, di almeno quaranta delle più interessanti, in tre campi diversi, che dopo l’iter previsto di sei anni, che prevede dopo tre anni dall’impianto, microvinificazioni di prova, potrebbero essere inserite nel novero delle viti consentite d’Italia, che in tutto possiede circa duecentottanta vitigni consentiti, iscritti all’OIV (Organizzazione Mondiale della Vite).
La prova è ardua e molto impegnativa da parte del Centro di Turi e da parte anche delle imprese agricole calabresi, che si sono assunto l’onore di portare avanti il progetto.
Di conseguenza non possiamo sapere se la vite oggi presentata, sia nel novero o meno delle viti uniche, ma di essa possiamo sapere che nel passato essa era sporadicamente diffusa in un’areale che andava dal territorio di Motta San Giovanni e precisamente nella contrada storica di Egua, dove in epoca romana esisteva qualche Villa specializzata nella produzione di vino fino nell’entroterra di Bianco, dove venti anni addietro era stata da me individuata nelle Badie di Caraffa del Bianco.
Essa era esistita nelle vigne di Ferruzzano dove assolveva la doppia funzione di vite da vino e da tavola, mentre non mancava nelle vigne che andavano da Brancaleone fino a Melito.
Nelle varie località sopramenzionate della provincia aveva connotazioni diverse dal punto di vista della denominazione.
Infatti nell’area di Egua e specificamente nella vigna dei fratelli Salvatore e Santo Calabrò di Fossato di Montebello Jonico, che fino agli inizi degli anni 2000 conducevano una vigna fiorente, dove prevalevano le viti del territorio, tale vitigno veniva chiamato Mennella nera che era contrapposto ad una varietà bianca dello stesso tipo denominata Mennella Bianca.
Secondo Salvatore, che rappresentava l’anima della vigna, conoscitore dei segreti del territorio, che aveva la funzione d’incarnare la conoscenza assoluta del sapere vitivinicolo di tuta l’area, le Mennelle avevano la funzione, specie quella bianca, di amalgamare le uve diverse che venivano premute.
Più a nord, nell’area di Bova le Mennelle cambiavano nome e venivano definite Varvasie, che dovrebbero significare Malvasie, anche se generalmente le Malvasie sia bianche che nere hanno gli acini a forma rotondeggiante; anche qui la funzione delle Varvasie, diverse da quelle classiche, avevano la funzione di amalgamare le uve diverse che venivano vinificate.
Superato Brancaleone le Mennelle o Varvasie venivano indicate come Pizzute Bianche o Nere semplicemente e avevano anch’esse la funzione di “aggiustare” ossia di amalgamare le uve diverse che di solito venivano vinificate assieme.
A Brancaleone ritornava ancora il concetto di Malvasia per le Mennelle, Pizzute o Pizzutelle. come venivano denominate altrove.
Erano rappresentate le vere malvasie ed esisteva addirittura la presenza di una affine a quella di Candia , denominata semplicemente Tundulilla bianca, dagli acini fitti e perfettamente sferici.
Probabilmente la Tundulilla nera di Brancaleone corrispondeva ad una Malvasia nera, mentre quella indicata come Malvasia non lo era.
Comunque era apprezzata dai contadini più vecchi, che la collocavano con il dovuto rispetto nelle loro vigne, decantandone le funzioni.
La forma dei grappoli era diversa da quelli di Egua, Bova, Caraffa e Ferruzzano, in quanto gli acini erano leggermente più spargoli, con una forma un po' sbilenca del graspo, mentre gli acini erano identici: allungati e che terminavano con una forma acuta, da cui derivava il termine Pizzuta. La polpa era soda e leggermente croccante, il colore di un bleu intenso.

Autore: 
Orlando Sculli
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