Micu Maria, lo scrittore illetterato di San Luca

Dom, 30/06/2019 - 17:40

Nella mia attività di modesto lettore ho avuto modo di leggere le rime di poeti dialettali illetterati, alcuni veramente eccelsi, come quelle di Mastru Bruno Pelagio di Serra San Bruno, ma mai ho avuto nelle mani un libro di uno scrittore analfabeta, in lingua italiana. Molti anni fa mi trovavo al bar col mio compianto amico e collaboratore Don Pepè Marando di San Luca, uomo di virtù morali eccelse e di ottima cultura letteraria e umanistica, e, proprio lui mi ha presentato Micu Maria, un signore riservato e apparentemente scontroso, in età matura, anzi anziano ma ancora giovanile e di tempra forte. Parlavamo di letteratura regionale quando Micu Maria, conoscendomi come professore amante di scritti regionali, tirò fuori dalla giacca un libretto, dicendomi, quasi vergognandosi: l’ho scritto io però sono analfabeta, ho frequentato solo la terza elementare, poi i miei genitori, per bisogno, mi hanno mandato in montagna a fare il pastore e come ricompensa la mia famiglia riceveva un tomolo di grano l’anno. L’ho ringraziato e gli ho promesso che l’avrei letto, cosa che ho fatto subito tanta era la curiosità di conoscere il mondo con gli occhi di un illetterato; il libro porta il titolo Mastromicantoni, stampato a proprie spese dall’autore, ma non ha voluto che glielo pagassi. Appena ho potuto, ho letto tutto d’un fiato il libretto composto da tredici racconti che descrivono momenti e personaggi della vita di paese: San Luca nell’immediato dopoguerra quando nel paese non c’era ancora la luce elettrica e nella case non c’erano i servizi igienici e donne, uomini e bambini, la mattina di buon’ora, sciamavano per vicoli e vie secondarie per soddisfare i loro bisogni fisiologici. Il personaggio più importane della raccolta è Mastrumicantoni, guardia municipale dal 1920 che ancora porta lo stesso berretto e la stessa divisa rattoppata, lisa e sporca. Ma è lui che con un mazzo di chiavi in mano la mattina va ad aprire le porte del Comune e iniziare la giornata. È piccolo di statura, denutrito, con la testa che sembra voglia staccarsi dal collo; insomma è un personaggio quasi fatto per scherzo dalla natura, come dice Micu Maria. Gli altri racconti che compongono il libro rappresentano personaggi e situazioni del paese: il tamburinaru, il prete, la conta delle pecore, la vita nella fiumara etc. Nel paese povero e quasi fuori del mondo, in occasione della festa, arriva una banda musicale, non invitata, composta da strumenti essenziali con suonatori improvvisati, in cerca di cibo per alimentarsi; la banda è formata con pochi strumenti: tamburo, grancassa e trombone ma porta lo stesso un po’ d’allegria specialmente tra i bambini che fanno il giro con loro per i vicoli del paese. Il sindaco, durante una festa alla quale, non invitati, partecipano alcuni bandisti improvvisati, viene colpito dalla figura del tamburinaro e lo identifica come tesoriere del comune; gli viene l’idea ti tassare le mandrie del paese che stanziano in montagna e affida a lui l’operazione da portare a termine. Una delegazione, individuata dal Sindaco, parte per la montagna per sorprendere i pastori, fare la conta degli animali e consentire al Comune d’imporre la tassa. Il piano è ben fatto ma Mastromicantoni, attraverso strade che portano agli ovili, arriva prima dei delegati comunali, avverte i pastori che, in un batter d’occhio, fanno sparire gli animali lasciando negli ovili solo poche unità. Nonostante la soffiata del vigile, una conta viene fatta e il tesoriere prepara le bollette di pagamento che vengono affidate a Mastrumicantoni per la notifica di pagamento. Il vigile prende il fascio, se lo porta a casa e fa un falò così i pastori non pagano il dovuto. Ovviamente il vigile lascia il servizio, anche per età, si ritira nella sua baracca con il tetto di lamiera e attende la morte come un saggio greco. Muore quasi in odore di santità onorato come un eroe da tutta la comunità, specialmente dai pastori.

Autore: 
Bruno Chinè
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