Una madonna in una chiesetta e una madonnina in un duomo. Stessa messa, stesso “vangelo”. Le bancarelle di Polsi che finanziano gli stands di Milano 2015. Gli ambulanti di salsicce e crocefissi che assoldano i brokers dell’Expo. Chi l’avrebbe mai detto che un “quartino” battezzato a San Luca conta più di Sneijder, trequartista dell’Inter e che le luci di San Siro sono tenue lampadine al confronto di quei fari che abbagliano e registrano i summit, dove i “cristiani” smettono di appartenersi, sognando solo di appartenere. A chi? Alla ’ndrangheta holding: 44 miliardi di euro ogni anno. Droga, armi, smoking e Picasso? O a quella ’ndrangheta dell’operazione “Crimine”? Cinque per cento appalti pubblici. Dieci per le commissioni. Un posto sicuro con tredicesima per i parenti, una “cardara”, un terrazzo abusivo e tre assessori: comune, provincia e nella regione. La regione Calabria appunto, dove arcaici padrini con rituali e “pungitine” trasformano adepti in sgarristi e associati in galeotti. Dieci anni di carcere e a casa pezze e stracci per un “annacamento” che garantisce una prima pagina nei quotidiani calabresi, “Bibbie della legalità”, dove penne a gettone, alcuni servitori volontari, altri affrancati e astuti oggetti di cattura, si esaltano nel registrare una Calabria in bilico tra il culo del primo mondo e il collo del terzo. Pennivendoli, come li definiva l’indimenticabile Antonio Delfino, che godono nel pensare a una terra circondata da sbarre e Moira Orfei dentro a dettare i tempi ai nativi che solo attraverso legalità e sicurezza otterranno liberazione e sviluppo: ci sono decine di esempi in occidente che smentiscono una tale impostazione. Da quarant’anni, dai sequestri di persona, la solita litania che paga alcuni e lascia nell’arratratezza tutti gli altri. Il traffico di droga dipende essenzialmente dai rischi che si corrono per farla arrivare in Europa e nelle piazze statunitensi. Bisogna trasportare, pianificare, essere scientifici, calcolare percentuali. Esorcizzare fusi orari e conoscere il mondo del business. Gli investimenti e i numeri. Non credo che il tric e il trac di Polsi e Provincia, tra cariche e nomination possa parlare a certe logiche o addirittura governarle. Le chiacchiere della periferia più periferia d’Europa raggiungono al massimo le vette del Pollino. Certe voci, dove i conti parlano da soli, rimangono inascoltate. Un sottovoce senza eco. Completamente muto che non può essere accreditato presso coloro che contano veramente nelle capitali finanziarie. Milano compresa che sotto i suoi vestiti alla moda rifiuta antiche cinture di castità: meglio niente! Grazie a Dio, la maxiretata ha incastrato dei malavitosi di serie B che hanno contribuito a rendere fragile e senza orizzonte la nostra società. Quei malavitosi che nell’ipotesi migliore arrivano a quel politico o all’alto burocrate per ottenere quel progetto finanziato con i fondi europei, per poi prendere l’anticipo, comprare macchinari “riverniciati” e abbandonarli senza mai provare a farli funzionare. E ancora, lavori di movimento terra: scavare buche per poi riempirle nuovamente. Tutto grasso che cola, per compari e coppole medioevali immortalati, nelle loro ostentazioni, dai video e dagli scatti delle forze dell’ordine. Impeccabili. Questi comparati, per fare un esempio a noi molto vicino, hanno ridotto la Grecia alla fame, spolpata da questo tipo di rapporti. Da una corruzione testata e facile. E allora una domanda è lecita: Alla Calabria chi ha fatto più danni il politico corrotto o sua maestà Oppedisano, Palazzo Campanella o Polsi?