Il temporale giudiziario che si è abbattuto di recente nella Calabria reggina ha inzuppato i livelli sociale ed economico, lasciando apparentemente all’asciutto il livello politico che pure, secondo le tesi dell’accusa, avrebbe funto da ombrella al primo. Ombrella alquanto bucata, sulla quale le cronache regionali, dopo l’entusiasmo iniziale, hanno messo un po’ di rattoppi, per pietà verso il livello politico che adesso è in trepida attesa degli sviluppi. Possiamo immaginare quali. Se Locride (Siderno capofila, segue Marina di Gioiosa) piange, Reggio non ride. Già il senso di discrezione e di opportunità di alcuni magistrati aveva procrastinato a dopo le elezioni regionali i tempi delle rivelazioni, per fugare la prevedibile accusa di una operazione contro i partiti. I rappresentanti dei quali, confrontati alle viciniori cariche della ‘ndrangheta, appartengono a tutti gli schieramenti. Vediamo spassionatamente alcuni dati sui quali si vorrebbe chiarezza. Se la carriera del sindaco Scopelliti (ben assistito da un retaggio di destra che gli ha consentito di crescere, con compromessi evitabili, e di alzare la voce abbassandola solo di fronte ai suoi garanti nazionali) non avesse avuto naturale e meritato sbocco nella Presidenza della Regione, forse, si vocifera, una richiesta di verifica del grado di inquinamento della macchina pubblica sarebbe stata avanzata verso il Comune di Reggio, alla luce di certe ipotesi la cui riproposizione insistente sul quotidiano Calabria Ora sarebbe costata ultimamente il posto di direttore a Paolo Pollichieni. Un intreccio di fratellanza e affarismo, con drenaggio di voti e spartizioni, di cui adesso si teme il condizionamento nella identificazione del futuro candidato sindaco di Reggio. Il «filone Reggio» potrebbe avere somiglianze politiche col «filone Siderno», entrambi espunti, si sospetta, dall’inchiesta principale, ma pronti ad essere fatti a fette dagli inquirenti per verificare eventuali presenze di muffe o di vermi. Se non ci fosse stata la precipitazione della crisi politica sidernese, con il prologo del passaggio autorizzato di Cherubino dal centrosinistra al centrodestra e il relativo nulla osta di Scopelliti alla sua candidatura, e con l’immediato epilogo dello scioglimento del Consiglio comunale per dimissioni dei suoi membri di maggioranza e di parte della minoranza ostili alla candidatura d’ultima spiaggia del sindaco Figliomeni alle regionali nel centrosinistra, era comunque apparecchiata in Prefettura una pesante relazione dell’Arma con la quale si chiedeva la commissione di accesso per il Comune, che avrebbe portato inevitabilmente allo scioglimento degli organi amministrativi per infiltrazioni mafiose. Ciò avrebbe causato un grande danno d’immagine alla città e, per i rilievi della relazione, sarebbero stati messi alla gogna mediatica quasi l’intero Consiglio comunale e quasi l’intera Giunta, proiettando perfino un sospetto su gangli vitali della burocrazia municipale. Sarebbe stata capace la politica sidernese di sopportare questa grande umiliazione, che avrebbe riverberato un’ombra sinistra sulla città? A chi sarebbe stata attribuita la colpa, visto che alla composizione delle liste hanno concorso tutti? Non è finita, perché per taluni l’insalata alla prossima tornata elettorale dovrebbe avvenire con gli stessi ortaggi, generando in questo modo insensato un rischio per la sopravvivenza di una qualsiasi amministrazione, che perciò rimarrebbe sempre sotto ipoteca di scioglimento. Dunque: chi vuole il benessere della città di Siderno deve scindere le rispettive posizioni e garantire gli interessi della città, che prescindono da quelli delle solite furerie. Nel centrodestra come nel centrosinistra, e persino in certi ambienti sedicenti alternativi che fingono di essere immuni da affinità e da condizionamenti. Sia chiaro, chi scrive è un garantista, ama la propria comunità non infierendo sui suoi molti torti e cercando di valorizzarne le poche ragioni. Non costituiscono reato le amicizie (figuriamoci poi in un paese dove tutti si frequentano sin da ragazzi e dove tutti son parenti di tutti), quando però esse non si leghino in un intreccio illegale a spese dell’amministrazione pubblica. La Politica che diviene socia di comitati «battesimali» non appartiene alla natura di uno Stato democratico e liberale e nemmeno ai buoni costumi. Abbiamo già spiegato che altro è la legittima attività lobbistica alla luce del sole. Ma molti politicanti dei nostri paesi non se ne rendono conto, perché la gestione della cosa pubblica per loro è una variante dell’attività di bisca, e non si capisce se essi difettino di intelligenza o abbiano una vocazione irresistibile alla devianza e al lucro, o, come ha detto per difesa inaudita quel direttore sanitario incriminato a Pavia, amino giocare al capobastone per vedere l’effetto che fa, coniugando così l’idiozia con la carriera. Similmente, nemmeno i boss ciarlieri escono meglio dalle ultime imprese. Più che alle cospirazioni dei Beati Paoli pare di assistere alle scenette di “Totò, Peppino e i fuorilegge”.