Politica e religione: due facce della stessa moneta

Dom, 19/11/2017 - 17:20

È arrivato in libreria proprio in questi giorni il saggio “Un solo Dio per tutti? Politica e Fede nelle religioni del Libro” scritto a quattro mani dallo psichiatra, saggista, politico, accademico, editorialista de “Il Tempo” e spesso ospite dei salotti televisivi Alessandro Meluzzi e dall’analista politico di Benestare Giuseppe Romeo. Il libro offre una lettura storico-politica dei tre monoteismi moderni (Ebraismo, Cristinesimo e Islam), sottolineando in che misura essi, raccordandosi alla realtà contemporanea, siano stati in grado di ridefinire il pensiero messianico millenarista e ricercando le chiavi interpretative per guardare al loro ruolo nelle relazioni internazionali di oggi e di domani.
Cittadini di un mondo sempre più piccolo nel quale spiritualità, fede e politica si intersecano spesso, siamo tutti testimoni allo stesso tempo delle incertezze che i sistemi politici creano invece di risolvere, e vittime di un diffondersi di violenza che si sovrappone alle dinamiche economiche sempre più imperative di un mondo che si restringe. Religione e politica, soprattutto nell’esperienza storica dei tre monoteismi, sono aspetti similari della vicenda umana, alla quale neanche Dante si sottrasse da buon testimone dei suoi tempi e dell’esperienza terrena.
Tra potere e religiosità si sono confrontati Imperi e Stati, oggi individui e nazioni, in una misura globalizzata di un io che vive nell’epoca della comunicazione attiva e interattiva. Se gli imperi si sono mossi nella storia del mondo con i loro idoli o con le espressioni terrene, sempre in lotta per affermare la proprio legittimità politica, di certo anche lo spirito globale di ognuna delle tre fedi in Dio, ebraica piuttosto che cristiana se non islamica (ma anche zoroastriana o di ciò che fu quell’universalismo dell’Olimpo greco e latino) ci invita a superare il limite della finzione per riconoscere che ogni obiettivo politico ha bisogno di una cornice di fede.
Ciò era valido all’epoca dei protoimperi quanto nei monoteismi rivelati che, in quanto tali, potevano esprimere una leadership di sintesi più difficilmente sostituibile con altri idoli e, quindi, con altre espressioni di potere.
O, forse, si dovrebbe ridefinire in che termini lo stesso processo di globalizzazione politica ed economica, che si svolge attraverso progressive contaminazioni culturali, possa considerare possibile, se non opportuna, un’interazione tra sentimento laico e religioso dell’agire di fronte alle tendenze sovranazionali e all’internazionalizzazione delle relazioni economiche e politiche. Ciò significherebbe risolvere, forse, quel carattere di ambiguità che rimane inalterato tra potere sullo spirito e potere sull’uomo. Una considerazione che non è solo valida per il Cristianesimo.
L’Ebraismo prima e l’Islam successivamente hanno assunto aspetti del potere ritenendosi fattori essenziali per ricercare quell’unità e quell’universalità tipiche delle rispettive comunità, nella misura in cui una nuova identità, riconciliata ognuna con il proprio Dio, potesse far fronte alla diversità, assumendo se stessa come migliore offerta politica di creazione di un modello condiviso di potere.
L’uso della religione si è manifestato come una leva politica e geopolitica trasformando rispettivamente, nel caso della cristianità, gli equilibri del potere in Europa e, per l’Islam, organizzando politicamente attraverso la fede quanto più di disomogeneo poteva essere presentato dalla storia dei popoli delle Terre di Mezzo. Il vero dilemma è, allora, come interpretare questo ruolo globale delle religioni e delle nazioni. Russia e Stati Uniti, ad esempio, sembrano voler riproporre ancora una volta un loro protagonismo.
La prima rispolverando il millenarismo dell’Ortodossia nel mito della Terza Roma, quasi a suggellare l’eredità di Costantinopoli assunta da Mosca quale guida della Cristianità. I secondi riformulando la consapevolezza di un loro eccezionalismo, che li vorrebbe interpreti di una nuova e mai decaduta Terra Promessa in un’epoca di spinte globali alla riformulazione di regole e stili di vita che tentano di despiritualizzare ogni scelta umana, omologando anime e corpi.
Tra millenarismi mai sopiti ed eccezionalismi rieditati, anche il termine globalizzazione sembra poter dire tutto o nulla, dal momento che la storia dell’umanità ha vissuto diversi processi di globalizzazione. Processi visti e interpretati come uno spostamento in avanti delle linee di confine tra spazi politici e di mercato. Ciò valse per i fenici quanto per i mercanti arabi ed europei lungo la via della seta, come nell’esperienza della corsa alle colonie da parte delle moderne potenze europee. La globalizzazione è, insomma, una chimera che afferma e nega se stessa in una storia che, al di là delle epoche, è globale nel suo susseguirsi di fenomeni e di processi.
Tuttavia, isolarsi, restare fuori dal gioco, così come partecipare al gioco in termini di subalternità, significa retrocedere e ciò ci porrebbe, in quanto occidentali, lontano da ogni possibilità di competizione. Le parole chiave, alla fine, sono proprio quelle che la globalizzazione, vista da un balcone neoumanista, ci suggerisce. Cioè dialogo, cooperazione, sicurezza, sviluppo, cultura e diritti fondamentali condivisi.
Rimanere al di fuori di tali valori significa non avere un futuro; significa autocondannarsi a implodere su se stessi. Ecco come allora che religione, politica ed economia si incontrano ancora una volta al cospetto della storia. Un appuntamento per gli stessi leader politici da Obama a Trump piuttosto che a Putin, dalla Merkel a Hollande o alle leadership religiose, canoniche come quelle cristiane o dell’Islam dialogante, o alle strumentali fazioni dell’Islam radicale da Al-Qaeda, all’Isis di Al-Baghdadi, che sovrappongono obiettivi politici a manifestazioni religiose di intolleranza e di chiusura.
D’altra parte, il confronto tra politica e fede non è altro che la trasposizione del confronto tra popolo e Dio, ed è per questo che si tratta di mutare la nostra prospettiva consapevoli di ciò che avremo dovuto conoscere per storia: che entrambi, popolo e Dio, possono essere i migliori pretesti del potere. Ecco perché, in una dimensione di dialogo orizzontale, quindi cooperativo e paritario, la vera sfida per le confessioni religiose monoteistiche non è il confronto tra verità, ma la condivisione delle verità di cui è custode per giungere al miglior risultato possibile: quell’internazionalismo della fede capace, questa volta, di capovolgere radicalismi e intolleranze per dare vita ad un “internazionalismo della pace”.
Lanciare la sfida di un neoumanesimo significa promuovere un nuovo internazionalismo che restituisca all’oscurità di un Medioevo mal interpretato dal radicalismo religioso una luce liberata dai nazionalismi, che illumini un internazionalismo delle anime. Ciò non significa contrapporre l’idea di una fede su di un’altra. Si tratta soltanto di ricollocare la storia dell’Occidente all’interno di uno spazio identitario che non escluda ma, al contrario, che includa, nel rispetto delle diversità, chi ne condivide i valori.
Per ogni religione rimane valido un significato comune al quale, al di là delle differenze, tutte vi si riconducono. E, cioè, che la religione dovrebbe soddisfare la necessità umana di trascendenza, permettere di superare le ansie del vivere derivanti dalla consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere la completezza di sé; ovvero ricercare la trascendenza per superare il quotidiano dal momento che la religiosità espressa nella fede supera l’incertezza della storia. La religiosità non ha limiti temporali perché supera la dimensione del reale per offrire, si potrebbe dire, una visione quantistica dell’inconscio. Ma, ancora una volta, il mondo deve fare i conti con una certezza: la religiosità è certo uno strumento per risolvere la condizione umana, ma anche un fattore di aggregazione di masse sfruttato dal potere per poterle dominare.

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