Rossi, neri e bianchi nella Siderno che fu

Sab, 15/07/2006 - 00:00

Cari lettori de “La Riviera”, una sosta in una panchina del Corso Garibaldi separata dal traffico da un’aiuola curata dal rinomato sarto Belvedere, apre d’improvviso un antico scenario. Con Francesco Pedullà, l’ex ispettore del Banco di Napoli che a dispetto degli anni mantiene la giovanile prepotenza dell’intelletto ereditata dai geni materni Gentile, parliamo di chi non c’è più, quasi a rassicurarci vicendevolmente sulla tenuta dei nostri ricordi, delle nostre passioni, dei nostri affetti, delle nostre avversioni. Ostinati come siamo, entrambi seppur divisi dalle stagioni e dalle esperienze, richiamiamo all’ordine dei pensieri i trapassati della sua (della nostra) comunità: sua madre Teresa, che fu amministratrice comunale per conto del Partito comunista, suo padre Umberto l’avvocato che smorzò il massimalismo di ambiente agitando la foglia del Partito repubblicano, Benito Amore che prima di fare il magistrato si allenò tra i probiviri del PCI mettendo sotto accusa proprio la Teresa Gentile secondo gli usi crudeli di quel partito, il fratello Vincenzo Pedullà ultimo di una famiglia di politici ed amministratori comunisti che ebbe il tempo, prima di morire, di guardare senza rammarico e forse con indifferenza stoica la caduta della mezzosecolare dominazione delle sinistre a Siderno (i comunisti non lo amavano, per il suo crudo razionalismo, tutto il contrario di suo cugino Giuseppe Errigo). Chi scrive, per la momentanea assenza del sindaco, si trovò solo ad accogliere sulla porta della sala del Consiglio la sua salma e il seguito dei dolenti. Capii in quel momento che era finita un’epoca anche per me. Certo, di questi personaggi, della loro tradizione, io non potrò essere mai cantore acritico, questo è ovvio; i morti del mio mondo sono altri; e questi miei sodali non comandavano se non alle coscienze che volevano liberamente ascoltarli: Errigo Caminiti, il professore reduce dalla guerra di Spagna contro i rossi, Amedeo Puntura, il collocatore fascista che “diede” l’unico suo figlio maschio alla Patria nella sciagurata campagna di Russia, l’artista monarchico Remo Argirò che unì pittura e cartellonismo anticipando le mode pubblicitarie degli anni a venire e perfino i décollages del grande Rotella, mio prozio Domenico l’avvocato che fu podestà e poi consigliere democristiano con la costante vocazione a ben servire e difendere il popolo con gli strumenti della professione e della politica. E altri, meno visibili, meno rinomati, meno colti, ma con la stessa dignità e lo stesso orgoglio di appartenenza ad un partito (coerenza ad una idea, ad una storia), alla stregua dei loro avversari. I rossi, i neri, i bianchi, alla fine radunati in una stessa formazione celeste, nell’aldilà, indifferenti a queste rievocazioni che paion quasi lenitive soltanto delle nostre rimembranze, adesso che le diritte vie sono smarrite. Una generazione passa, un’altra viene, come recita l’Ecclesiaste, e la vita continua. Riguardo i volti dei discendenti dei rossi. Alessandro Figliomeni figlio di un consigliere comunale comunista oggi guida una amministrazione di centrodestra e per giunta si ritrova come portavoce l’ex alfiere di un mondo missino (almirantiano). All’inverso, Damocle Argirò figlio dell’artista patriota di destra, ma di diversa statura, si è sempre situato tra i comunisti, addirittura costituendo un circolo intitolato al romantico guerrafondaio Ernesto Che Guevara, la cui immagine viene stampata sulle t-shirt dei rockettari pacifisti a conferma dell’eterogenesi dei fini. E, andando indietro nel tempo, chi avrebbe mai detto che i figli del capo-guardia Errigo, fascista della prima ora, sarebbero finiti tutti (o quasi) con il fazzoletto rosso al collo (il suo ultimo figlio Lino ha sposato la figlia del monarchico-missino Argirò)? E chi ricorda, superando la tenera riservatezza dovuta, la bella figliola del falegname fascista Sgambelluri di Siderno Superiore che avrebbe sposato il maestro comunista Ricupero già duro avversario di suo padre? E la figlia Cornelia del fascista Castino e la nipote Avellis del fascista Ferraro, chi avrebbe mai pensato che sarebbero divenute esponenti del socialismo antifascista sidernese? Ora, scopro che un giovane eletto di centrodestra, Giuseppe Tavernese, è nipote per parte materna di Fortunato Domenico (nonno Mico) e Francesco Muià (zio), figure esemplari del popolo comunista. Di Francesco Muià, trattorista alle dipendenze di un cementificio, ho un ricordo di fine anni Settanta, tra i banchi del consiglio comunale. Irritato da un mio duro discorso contro gli amministratori socialisti, mi lanciò una minaccia terribile, peggio di una testata di Zidane. In seguito, quando per un breve periodo il rapporto tra i socialisti e i comunisti andò in malora, Muià manifestò tutta la sua innocenza politica avvicinandomi nei pressi dell’edicola Bonavita: “Scusatemi per quella parola di troppo, sui socialisti avevate ragione voi…”. Quando il povero Muià fu schiacciato dal trattore mentre lavorava in una cava, fui preso da una forte indignazione per le condizioni pericolose di lavoro a cui aveva dovuto piegarsi, e chiesi l’arresto del padrone del cementificio per omicidio colposo. Feci “qualcosa di sinistra”, come suol dirsi. Ma il PCI e la CGIL tacquero, perché il padrone sosteneva la sinistra socialista, e questo pesa ancora sulla bilancia dei loro errori. Francesco era figlio di Fortunato Domenico detto Mico, che sopravvisse fino a novantacinque anni. Giuseppe Errigo scrisse di Fortunato Muià in un articolo intitolato “Leggeva nel cuore della gente umiliata”. Me lo mostra compiaciuto il nipote Giuseppe Tavernese, che ha preso il posto del nonno e dello zio nel Consiglio comunale, ma dalla parte ideologica opposta, benché egli continui a nutrire ammirazione per loro, che tirarono la carrega di partito per principio e non per interesse. Guardo i volti di altri consiglieri, senza particolari memorie, e mi rincuoro soffermandomi su quello di Angelo Macrì Gerasoli, decano suo malgrado. Gli voglio bene, perché è ostinato come me. Suo padre Francesco fu assessore repubblicano; lui democristiano. Dal canto mio, sentivo a vent’anni di dover continuare in qualche modo una presenza politica dei Caridi, e la testimoniai nel ricordo del prozio fascista e democristiano Domenico (ma uno dei suoi nipoti, Rocco, forse era di simpatie rosse, e diede rifugio nel palazzo di famiglia, con il consenso appunto dello zio podestà, ad un antifascista di un paese vicino, come mi raccontava il mio professore di storia Cecino Albanese, comunista). Mi ritrovo a parlare di queste cose forse vane con Vladimir Rosario Condarcuri, editore di questo giornale, figlio di Virgilio rifondatore comunista, e penso che l’onomastica sia nel suo caso la sintesi della questione sidernese ed italiana: Vladimir in onore di Lenin, Rosario per devozione cattolica. Guareschi l’aveva già raccontato. Ed io non mi stupisco più di tanto. Eviterò di sostare in panchina, per non diventare troppo indulgente verso i “nemici”.

Autore: 
Francesco D. Caridi