Scioglimento dei comuni: le tre facce del despota

Dom, 21/05/2017 - 18:05
Lo zoccolo duro dello Stato, che in Calabria non ha mai esitato a dare contro ai suoi sindaci pur di sconfiggere il fenomeno ‘ndrangheta, ha prodotto sfiducia, ansia e rabbia in grado di trasformarsi in terreno fertile proprio per la criminalità che cerca di combattere. Tale atteggiamento ha prodotto nel nostro territorio tre casi unici: il rifiuto dei sanluchesi a tornare al voto, la paura di essere affossati dal commissariamento a Bova Marina e l’ansia da commissione d’accesso a Gioiosa Marina

Leopoldo Franchetti, storico che per primo, sul finire del XIX secolo, aveva cercato di dimostrare le collusioni tra classi dirigenti nazionali e mafia, ha raccontato una volta che il primo annullamento di un’elezione democratica per infiltrazioni mafiose sarebbe quello verificatosi a Reggio Calabria nel 1869, ad appena 8 anni dall’Unità d’Italia. Nei successivi 148 anni dell’Unità molte cose sono cambiate e un elenco infinito di leggi, soprattutto di contrasto alla criminalità organizzata, sono state proposte, discusse, approvate e promulgate.
Un elemento, tuttavia, rimane immutato, l’attenzione che lo Stato dedica quotidianamente al nostro territorio, la sadica rigidità con la quale ha fatto incetta di amministratori indipendentemente dal loro grado di colpevolezza.
Oggi, questo atteggiamento influenza le storie di tre paesi distanti tra loro in cui, tuttavia, lo Stato ha condizionato in modi diversi eppure ugualmente crudeli, l’esercizio della democrazia.
“Queste elezioni non s’hanno da fare” è stato il primo pensiero che, parafrasando Alessandro Manzoni, mi è balzato alla mente quando ho sentito che, per il secondo anno consecutivo, nessuno avrebbe avanzato la propria candidatura a sindaco di San Luca.
Che sia stato per timore che la fatica e la spesa di una campagna elettorale si potessero risolvere con un buco nell’acqua o per la paura che la nuova amministrazione sarebbe stata ben presto la nuova vittima sacrificale della magistratura sull’altare dell’antimafia, l’esercizio della democrazia, nel paese amministrato dal commissario Salvatore Gullì è stato accantonato ancora una volta venendo frettolosamente indicato, da chi San Luca l’ha sentita nominare solo per gli spiacevoli fatti di cronaca, come l’ennesima prova che la popolazione sarebbe troppo arretrata o (forse peggio) spaventata, per comprendere che si starebbe privando di un diritto sancito dalla Costituzione italiana.
Di tutti i problemi patiti dal paese di Corrado Alvaro, tuttavia, non temo di essere smentito affermando che il fervore politico e la riflessione sociale non sono da annoverarsi da essi.
Del primo avevo già avuto prova quando, durante la campagna elettorale del 2015, ebbi modo di confrontarmi con Giuseppe Trimboli, ultimo candidato a ruolo di primo cittadino che, pur conoscendo le difficoltà del compito che si sarebbe accollato qualora la sua lista avesse raggiunto il quorum quel fatidico 31 maggio, lottò fino alla fine per donare una parvenza di normalità a un paese che, all’esito dello spoglio elettorale, produsse più o meno consapevolmente un altro periodo di commissariamento.
Il secondo, invece, l’ho toccato con mano più di recente e, per l’esattezza, quando ho avuto modo di leggere l’infervorata lettera che un gruppo di cittadini ha inviato al Ministro dell’Interno Marco Minniti pregandolo di rinnovare il periodo di gestione da parte del commissario illuminato Gullì, del quale vengono elencati anche una serie di successi amministrativi in grado di far impallidire il più efficace dei sindaci democraticamente eletti.
Insomma, San Luca ha dimostrato di ritenere davvero meglio un uovo oggi che una gallina domani e, convinta che non le sia possibile sistemare le cose venendo amministrata in maniera tradizionale, invoca la permanenza di un commissario che la differenza ha dimostrato di saperla fare.
La pensa così anche Saverio Zavettieri, tra i protagonisti dell’istituzione di un comitato contro l’immobilismo nato questa settimana a Bova Marina che, in seguito all’indagine che ha visto coinvolto il suo ex sindaco Vincenzo Crupi vive una situazione per certi versi simile a quella di San Luca con timori, tuttavia, assai differenti.
Mentre in Aspromonte, infatti, il commissariamento è ormai da considerarsi una realtà con la quale si riesce a convivere piuttosto bene, il neonato comitato del centro grecanico sta cercando, ancora una volta, di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito al problema dello scioglimento dei comuni e al vero contrasto alla ‘ndrangheta.
«Lo strumento dello scioglimento è ormai obsoleto - ci spiega Zavettieri - Quando, nel 1991 si sciolse il primo comune per mafia si era pensato al provvedimento come a una soluzione tampone al problema del condizionamento mafioso delle amministrazioni, all’epoca di pressante attualità. In questi ventisei anni tuttavia, la soluzione d’emergenza è diventata permanente e si contano al soldo almeno una dozzina di paesi che hanno subito l’onta dello scioglimento innumerevoli volte. Questi scioglimenti consecutivi, da soli, dovrebbero essere sufficienti a dimostrare che lo strumento è inefficace e che necessita di essere revisionato, a maggior ragione perché si rivela essere solamente un danno per i cittadini. La nostra proposta, pertanto, è di riformare la legge sullo scioglimento prendendo in considerazione la possibilità di far decadere solamente il funzionario, il consigliere, l’assessore o il sindaco coinvolti in una vicenda giudiziaria, garantendo il prosieguo dell’esercizio delle funzioni al resto dell’Amministrazione democraticamente eletta e limitando così i disagi per la cittadinanza incolpevole. Questo non solo eviterebbe di generare nei residenti un senso di sfiducia nei confronti dello Stato in grado di trasformarsi, con il tempo, in terreno fertile per la criminalità, ma garantirebbe anche alle Prefetture di esercitare al meglio le loro funzioni al fianco dei comuni, evitando di prenderne il posto e, in definitiva, di rallentare ulteriormente una macchina burocratica di già complicata gestione».
Obiettivo ultimo del comitato nato a Bova Marina, prosegue Zavettieri, è dunque quello riunire un gruppo di cittadini senza vessillo politico che possano confrontarsi con la terna commissariale che gestisce la propria città assicurandosi che essa non si preoccupi solo delle questioni amministrative, ma ricordi di essere, al contempo, al servizio di persone che hanno sì dei doveri, ma anche dei diritti e delle necessità.
«In ultima analisi - conclude Zavettieri - sarà necessario far comprendere al Ministro dell’interno che, stando così le cose, la legge sullo scioglimento dei comuni finisce con il rivelarsi un favore alla criminalità organizzata e che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, contrariamente a quanto affermato da qualche magistrato, sono gestioni commissariali dai poteri speciali e della durata di cinque anni».
E proprio per sconforto, ansia, e rabbia nei confronti dello Stato è nato, sempre questa settimana, il Comitato a Sostegno del Buon Governo a Marina di Gioiosa Jonica, terzo centro in una relazione complicata con lo Stato, da ormai tre mesi costretto a convivere con una Commissione d’Accesso che sta facendo perdere il sonno al primo cittadino Domenico Vestito.
Se l’arrivo della Commissione era stato un fulmine a ciel sereno per tutto il comprensorio, la puzza del rinnovo per ulteriori tre mesi di controlli avanzati dalla Prefettura di Reggio Calabria era nell’aria da tempo, come a sottolineare che, a Marina di Gioiosa, è l’amministrazione democratica che “non s’ha da fare”. Il rinnovo delle indagini della Commissione, avvenuto senza che sia stata data una qualsivoglia spiegazione all’Amministrazione o ai cittadini, sta diventando una sorta memorandum relativo a chi è il vero signore e padrone delle sorti della democrazia calabrese, l’affermazione sprezzante che, fino a quando lo Stato non si sarà assicurato che anche sull’ultima mutanda dell’ultimo dei funzionari comunali non ci sarà alcuna macchia (o, se proprio ci sarà, la colpa sarà da attribuirsi a un peto fuori controllo e non a una colpevole volontà di non lavarsi) la città sarà da considerarsi in amministrazione controllata.
L’esercizio della legalità diventa affermazione superba di tirannide, consegnandoci uno Stato che, “invece di spingere verso la partecipazione - afferma il Comitato - la impedisce e ci convince che le nostre amministrazioni siano sguarnite democraticamente”.
Se questo è un Paese democratico…

Autore: 
Jacopo Giuca
Rubrica: 

Notizie correlate