Vi voglio raccontare come si pratica la legalità quotidianamente…

Mer, 04/10/2017 - 20:00
Botta e risposta

Gentile redazione, scrivo questa lettera in replica al vostro articolo “La legalità va praticata e non sbandierata” di Ilario Ammendolia, pubblicato il 12 Marzo scorso.
Premetto di essere d’accordo con quello che possa essere il messaggio ultimo dell’autore, ma mi sento in dovere di evidenziare che uno degli argomenti di riflessione introdotto nell’articolo non è veritiero, decontestualizzato dal periodo storico e del tutto inappropriato per il messaggio che si intende trasmettere. Nell’articolo si racconta di un padre padrone e di tre fratelli. Ilario, Alfredo e Nino erano i miei zii, fratelli di mia madre, e il pecoraio padre padrone era mio nonno. Questa famiglia non è stata di certo come descritta dall’autore nell’articolo.
Mio nonno è stato sicuramente un padre severo ma, non più di molti padri dell’epoca che si sta raccontando: gli anni ’50. Aveva da gestire e educare cinque figli in un periodo in cui il problema era cosa portare a tavola per sfamare la famiglia. Lavorava la terra e accudiva al bestiame necessario per il sostentamento.
Mio zio Ilario era il più grande e, come tutti i ragazzini dell’epoca, oltre ad andare a scuola e fare i compiti, come attività extrascolastiche, non aveva la piscina, il basket o le lezioni di musica, ma doveva aiutare la famiglia come si poteva. Lui guardava il gregge di capre, non aveva un cane (quindi mi chiedo come facesse a trattarlo male) e sì, imparò anche a macellare i capretti. Senza alcuna pietà? Non saprei, io non ero lì ad aiutarlo e nemmeno l’autore dell’articolo che a mio avviso ha voluto romanzare un po` troppo.
Nell’epoca in cui vissero, stiamo parlando di più di sessanta anni fa, la scuola non era accessibile a tutti, soprattutto se abitavi in una frazione isolata dove per continuare a fare le classi dopo la quinta elementare, bisognava fare 20 chilometri a piedi perché non vi erano servizi pubblici e le vie di comunicazione non erano di certo come oggi. Non fu strappato alla scuola in seconda elementare, come descrive l’autore dell’articolo, ma frequentò con dedizione fino a terminare il percorso di studi nella scuola del paese. Mia madre più piccola di qualche anno, mi raccontava che lui pur di fare i compiti che non riusciva a fare nel pomeriggio, la sera si sedeva da parte e accendeva un lume perché in paese ancora non era arrivata la luce elettrica.
Credo sia chiaro che i miei zii siano cresciuti in una famiglia normale per l’epoca e nel contesto socio culturale della Locride di quel periodo. Con il passare degli anni la loro irrequietezza e la voglia di riscatto, di costruire qualcosa, di crescere personalmente e socialmente, li spinse a fare di più, ad andare oltre e purtroppo anche ad imbattersi nella ‘ndrangheta. Ma imbattersi nella ‘ndrangheta non significa essere ‘ndranghetisti. Allora il fenomeno era radicato nella normale vita sociale, anche nella politica che se ne serviva per ottenere consensi in cambio di favori. Era difficile non averne a che fare per delle persone che avevano proprie idee e volevano costruire qualcosa, che volevano avere lo spazio per creare sviluppo sul territorio, quello sviluppo che noi calabresi purtroppo non abbiamo ereditato proprio per questo motivo.
Fatto sta che i mie zii sono scomparsi giovanissimi, loro stessi vittime della ‘ndrangheta ovvero di gente, loro sì, senza pietà e senza scrupoli. Mi chiedo come si possa definire questa perdita “una benedizione caduta dal Cielo”. Lo è stata di certo per gli ‘ndranghetisti e i loro seguaci! Mi piace credere che nessuno benedica la morte altrui o questo sì sarebbe un segno di crudeltà. Nessuno ha il diritto di uccidere un altro uomo strappandolo agli affetti più cari.
Ora vi voglio raccontare come a mio avviso si pratica la legalità quotidianamente, e anch’io, in chiave contemporanea stavolta, voglio portare come esempio la storia di un padre e di tre fratelli cresciuti nello stesso paese. Vi parlo ancora della mia famiglia, di mio padre e di noi fratelli.
Mio padre con i fatti e le sue scelte ci ha insegnato a essere ribelli, a lottare contro le ingiustizie, a disprezzare le caste e a non scendere mai a compromessi anche se questo poteva comportare la perdita di un lavoro e terra bruciata attorno. Ma il gusto di camminare a testa alta perché camminare nella legalità e nella trasparenza, non ha prezzo e ripaga di tutto ciò che di bene materiale non abbiamo avuto.
Noi fratelli abbiamo studiato perché la scuola per noi era un valore da perseguire, era il nostro strumento per il riscatto e con mille sacrifici e senza risorse economiche ma solo con la nostra dedizione ed energia abbiamo conseguito tutti prima il diploma e poi la laurea. Oggi abbiamo circa quarant’anni, abbiamo un lavoro appagante e un bagaglio culturale costruito dalla nostra storia di cui ne andiamo fieri.
Il messaggio che vorrei trasmettere è che oggi non ci sono scuse, abbiamo tutto a portata di mano e dalla nostra abbiamo la storia che ha definito nettamente e che ci ha insegnato cosa è giusto e cosa è sbagliato, si tratta solo di scegliere. Per chi cerca il riscatto o anche solo la sua posizione nel mondo non esistono strade facili, bisogna investire qualche anno di vita concentrandosi sui propri obiettivi, affidandosi alle proprie energie e il risultato arriva. A volte servirà lavorare notte e giorno con dedizione, sudore e sacrificio ma per me è questo vivere praticando la legalità. Nessuno regala niente e se qualcosa ci è regalato chiediamoci da dove arriva quel qualcosa e cosa quella gente vuole in cambio da noi. Dovremmo tutti desiderare e assaporare quel gusto di camminare a testa alta per l’essere stati irreprensibili, sarà quell’orgoglio che darà la forza per andare avanti e un giorno godere dei risultati ottenuti… nella legalità.
Raffaella Riviello

La risposta
Quando ho scritto l'articolo sui fratelli Dimasi ho pensato di contribuire al riscatto della loro memoria considerando il fatto che non sono stati messi nelle condizioni di scegliere. Ho contestato che si potesse dire che la loro morte sia stata "una benedizione del cielo" perché la morte violenta di un giovane è sempre una sconfitta per ognuno di noi. Tant'è vero chi li ho considerati "nervi dei nervi".
Non rivendico meriti ma so quanto è difficile scrivere ed operare in Calabria. Tra la prepotenza dei forti e l'incomprensione degli emarginati.
L'affermazione dei nipoti- che hanno studiato ottenendo ottimi risultati- mi fa piacere e mi conforta perché dimostra la giustezza della mia tesi e cioè che la devianza quasi mai è frutto della malvagità dei singoli ma il frutto di una società ingiusta.
Ilario Ammendolia

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