Per anni la parola “legalità” è stata un’arma per raggelare ogni primavera pronta a sbocciare in Calabria

Dom, 24/03/2019 - 12:20

Uscirà domani il nuovo libro di Ilario Ammendolia dal titolo “La ‘ndrangheta come alibi. Dal 1945 ad oggi” un tentativo di demolire il tòpos del calabrese criminale e connivente con cui troppo spesso si è tentato di giustificare le soperchierie e le porcherie subite, tra l’impassibilità generale, da un intero popolo.
Un viaggio - a tratti drammatico, a tratti affascinante - lungo 73 anni, che prende il via dalla “Repubblica rossa di Caulonia” per approdare a “Riace”. Perché ha scelto questi due vicende l’una come punto di partenza e l’altra di approdo?
La “Repubblica rossa di Caulonia” è stata la spia di un malessere sociale che ha visto la trasformazione degli “scarti” della società in ribelli. Riace è l’esperienza di un sindaco e di un Paese che si inserisce positivamente nella problematica attuale dell’Italia e del mondo con lo sguardo rivolto agli “scarti” dell’umanità. Entrambe le esperienze finiscono con le “manette” e non è un caso.
In entrambi i paesi, infatti, la parola “legalità”, per come tento di dimostrare nel libro, si trasforma in un’arma per raggelare ogni primavera che cerca di sbocciare in Calabria e nei Sud d’Italia e del mondo. Nella cornice di una mera conservazione dello status quo!
La Repubblica rossa di Caulonia finì con l’essere bollata come una nefandezza di mafia, una “repubblichetta” di ’ndrangheta. Cosa fu, invece?
Incomincio con il dire che nel libro sono pubblicati, per la prima volta, molti documenti inediti conservati presso l’archivio di Stato. Aggiungo subito che i mafiosi agiscono nelle tenebre e non sfilano nelle strade al canto dell’Internazionale. Qualche mafioso (più ribelle che uomo di malavita) all’interno della “repubblica” c’è stato, anche e soprattutto a livello dirigente, ma i protagonisti furono un esercito di “straccioni” costretti a vivere per secoli nel sottosuolo della società. Contro di Loro il generale Brunetti ha proposto di mandare mille uomini, cannoni, carri armati e mezzi blindati. La grandezza o la miseria della Repubblica di Caulonia deve essere misurata tenendo conto di questi uomini scalzi e con le pezze al culo che hanno avuto il coraggio d’un sogno. La repressione generalizzata e violenta non è stata contro i “maffiosi” ma contro gli umiliati della società.
Lo “Stato” che aveva causato la morte della “meglio gioventù” del Paese (circa trecento ragazzi sui venti anni nei conflitti guerre del secolo scorso) si rendeva responsabile di un’operazione di guerra contro un territorio debole e una popolazione emarginata.
Iniziando dalla Repubblica rossa di Caulonia la ndrangheta diventa l’alibi per spiegare il mancato intervento dello Stato nella risoluzione dei problemi che stanno alla base del diffondersi della lebbra mafiosa e della mancata risoluzione della “questione sociale” in Calabria.
In un capitolo del suo libro narra della strage di Melissa nell’'ottobre del 1949. Una strage in cui furono recise tre giovani vite. Quali furono le conseguenze, per il popolo calabrese, di quella repressione?
A Melissa gli uomini dello Stato fecero ciò che la banda Giuliano fece a Portella della Ginestra e nessuno pagò per il crimine commesso. Le forze dell’ordine (?) uccisero tre contadini inermi e ne ferirono molti di più. Spararono sugli asini e sfondarono i barili e le sporte, stroncando con la violenza il protagonismo popolare! Sui calanchi argillosi di Fragalà, che i contadini avevano appena arato, fu uccisa la speranza dei calabresi. La ndrangheta nasce da quella sconfitta storica perché da quel momento in poi, molti pensarono di risolvere il proprio problema “arrangiandosi” individualmente piuttosto che con l’unità del popolo calabrese.
Un altro capitolo è dedicato all’operazione Marzano. Quali furono i reali intenti di quell’operazione?
L’operazione Marzano non vuole e non può sconfiggere la ndrangheta ma soltanto farne uno strumento dello “Stato” nella lotta contro le “classi pericolose”. Vengono sconfitte le cosche ribelli a vantaggio della mafia di “Stato”. L’operazione Marzano ebbe una naturale conclusione nel summit di Montalto a cui parteciparono circa duecento ndranghetisti graduati e tre incappucciati e quest’ultimi non erano certamente dei cittadini anonimi.
Una vicenda che come altre coinvolse vittime vere e “guardie false” fu il rapimento di Cesare Casella. Cosa ci insegna ancora oggi Angela Casella?
Dopo Montalto, lo “Stato” assicurò alle cosche vincenti, protezione e impunità. L’orrenda stagione dei sequestri di persona è la dimostrazione chiara di quanto sto dicendo. Angela Casella fu una madre che rifiutò di assistere passivamente alla trattativa per la liberazione di Cesare come si fosse trattato della compravendita di un vitello. La sua determinazione e il suo coraggio furono visti con fastidio dai servizi deviati ma contribuirono alla liberazione del figlio. Dimostrò che nella gestione dei sequestri c’era qualcosa di oscuro e che spesso - molto spesso - le “guardie” erano complici dei “ladri” e il sequestro “Ghedini” fu un altro tassello del mosaico che si costruì in quegli anni.
A partire da quando i “terroni” calabresi divennero criminali?
Quando le rimesse degli emigranti e le braccia dei nostri braccianti furono impiegate a costruire il miracolo economico del Nord, il nostro tessuto produttivo fu completamente distrutto e la civiltà contadina sostituita dal nulla. Certo la mafia contribuì e non poco al sottosviluppo della Calabria e del Sud ma solo perché protetta da alti esponenti del “potere”. Sono sempre più convinto che se lo Stato lo avesse veramente voluto, muovendosi nei limiti della Costituzione, la ndrangheta sarebbe stata debellata in pochi giorni.
C’è un’istituzione che più delle altre ha sfruttato l’alibi della ‘ndrangheta per costruire carriere?
L’antindrangheta militante si divide in due parti: quella dei muli da lavoro e quella dei cavalli di parata. C’è stata (e c’è) tanta gente che è morta oppure ha lasciato la nostra terra per non piegare la testa dinanzi alla mafia. Poi ci sono i cavalli da parata a cui la ndrangheta non ha mai forato neppure una ruota della bicicletta ma che speculano sul clima di paura (a volte giustificata) e di insicurezza per i propri fini. Tuttavia neanche costoro sono i veri protagonisti di questo momento storico: rappresentano invece gli strumenti usati dall’alto per colonizzare il Sud e per criminalizzare i calabresi senza sconfiggere la mafia. Certo la crisi drammatica e persino imbarazzante della “politica” calabrese ha sbilanciato gli equilibri tra i poteri dello Stato a vantaggio di quelli non elettivi e non democratici.
Come è possibile porre un freno a questa degenerazione?
Attuando la Costituzione partendo dall’articolo 3 della stessa. Rispettando lo Stato di diritto e mettendo fine allo stato di emergenza. Invece s’è imboccata la strada opposta e probabilmente la “secessione dei ricchi” porterà alle estreme conseguenze una questione meridionale ormai incancrenita.
Si ritiene che i Bruzi siano i progenitori degli odierni calabresi. Un luogo comune, non suffragato da alcuna fonte storica, vuole che fossero Bruzi i soldati della Legio X, ovvero quelli che uccisero Cristo. Quindi si è partiti dal calabrese Bruzio nemico di Roma e uccisore di Cristo, si è poi passati al calabrese brigante e infine al calabrese ‘ndranghetista e connivente. Cosa sarà il calabrese in futuro?
Intanto si ritiene sbagliato! I calabresi hanno scritto e scriveranno pagine gloriose di storia. Lo hanno fatto sudando sangue in questa nostra terra certamente difficile. Lo hanno fatto nelle miniere in cui hanno lavorato e in cui sono morti. Lo hanno fatto faticando come muli in ogni angolo d’Italia e del mondo. Questi sono i calabresi! Aggiungo: altro che mafiosi! Eppure dobbiamo comprendere perché esiste una parte del nostro popolo che invoca i colonizzatori e gli oppressori. Paesi che applaudono Salvini. C’è poco da criminalizzare perché costoro sono il frutto d’una sconfitta storica che c’è stata inferta e che porta molti calabresi ad avere un’immotivata sfiducia in loro stessi! Cercano un “protettore” e alcuni di loro un “padrone”. La stessa logica di coloro che cercano un protettore nella mafia e contro la mafia. Il calabrese del futuro sarà quello che oggi noi sapremo mettere in campo! La nostra fierezza è come un fiume carsico che sparisce ma poi rispunta più forte di prima! Ieri a Caulonia o a Melissa, quindi a Milano, a Torino ad Adelaide o a Toronto e oggi a Riace! Noi abbiamo il compito di dimostrare a noi stessi e al mondo chi realmente siamo. Lo dobbiamo ai nostri figli.
Cosa si aspetta da questo libro?
Nulla! Se non la speranza di aver suscitato qualche dubbio e provocato qualche riflessione utile a prendere coscienza della dura realtà liberandoci dal pensiero unico che ci vuole a tutti i costi oziosi, brutti e criminali!

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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