Contro il batterio degli ulivi una “cura” che potrebbe essere un disastro

Dom, 03/06/2018 - 17:20

“Vogliono avvelenare tutto. Con la scusa di salvare qualche albero intendono distruggere un equilibrio naturale che non si riprenderà per lunghissimo tempo. Ci sono interessi economici grossi e poteri forti in gioco. La Puglia può essere il banco di prova. Potrebbero ripetere la stessa dinamica dovunque. Rendere facilmente disponibili vasti territori liberandoli dall’agricoltura per altri tipi di speculazioni commerciali”.
Elena, locrese doc, videomaker, grafica, homeschooler. La professione l’avrebbe portata altrove ma a un certo punto scelte di vita radicali l’hanno portata a ritornare alla terra, alla natura. Da 16 anni imprenditrice agricola in Puglia, Valle d’Itria, ha ridato vita a 4 ettari di terreno lasciati incolti da tempo e ristrutturato i trulli. Adesso si trova coinvolta in una battaglia che mette in serio pericolo tutto il progetto di questi anni.
Di Xylella abbiamo sentito parlare in tv, si tratta di un batterio che è stato individuato come responsabile di un vasto e misterioso, improvviso disseccamento di migliaia di alberi di olivo in Puglia, nel Salento, principalmente. Non esiste una cura, non si può eliminare il batterio, l’unica cosa da fare è - questa sarebbe la strategia - eliminare la pianta infetta. E, per sicurezza, ogni altro albero nel raggio di 100 metri.
Ci sono alcune obiezioni, però. Una, ad esempio, è che il batterio è stato trovato in soltanto il 2% delle piante che hanno manifestato sintomi di disseccamento. Un’altra è che diverse piante che dovrebbero essere malate non sono morte e anzi hanno dato segni di ripresa. Un’altra ancora è che soltanto due specie di olivi, delle diverse varietà presenti in Puglia, risultano vulnerabili al batterio. Senza nulla togliere, certo, al fatto della gravità dell’infezione.
Ed ecco che il 6 aprile viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un decreto che porta il nome del ministro Martina il quale delinea una strategia di intervento straordinaria per contrastare questa piaga. Il fatto è che il batterio si diffonde trasportato da una cicala, la sputacchina, per cui il decreto impone dei trattamenti chimici in un’area che da Lecce è stata via via estesa fino al barese.
Gli insetticidi imposti uccideranno, ovviamente, non solo cicale, ma stermineranno ogni tipo di insetti, incluse le preziosissime api. Le sostanze previste sono neonicotinoidi, per le quali sono state messe in atto restrizioni da parte dell’UE a causa della loro tossicità anche per l’uomo. Ma niente, bisogna ammazzare questa benedetta cicala per cui, non potendola costringere ad assumere il veleno volontariamente, bisogna irrorare a tappeto aree vastissime, distruggendo l’equilibrio naturale, come diceva Elena, con la scusa di salvare qualche albero di olivo.
Nel frattempo si fanno rilevamenti alla ricerca dell’infezione. Ma attenzione: possono essere prelevati campioni da piante e terreni privati anche senza avvisare il proprietario. In caso di batterio rilevato, il proprietario non può ripetere gli esami né può contestarne il risultato, deve abbattere e bruciare tutto nel raggio di 100 metri, punto e basta. In nome dell’emergenza si sono adottate misure che ledono gravemente la libertà e i diritti dell’individuo.
Una situazione che, come è evidentissimo, spiana autostrade agli speculatori: terreni svenduti senza alcun valore, imprenditori agricoli senza scrupoli che con la scusa dell’infezione si sbarazzano delle coltivazioni ricevendo pure i contributi economici previsti per ogni albero abbattuto.
Uniti hanno deciso di lottare, agricoltori, ma anche esperti del settore, agronomi, apicoltori, adottando strategie di disobbedienza civile, contro una “cura” che minaccia un disastro ben peggiore di quello che pretenderebbe di arginare. Ma almeno loro, in Puglia, sanno fare fronte comune.
Chissà come andrebbe qui in Calabria una cosa così...

Autore: 
Daniele Mangiola
Rubrica: 

Notizie correlate