Da Grotteria in giro per il pianeta a incontrare i giganti della storia

Dom, 01/10/2017 - 12:00
Essere giornalisti significa misurarsi con l'istante immergendosi nel flusso della storia. È quello che ha fatto Marco Lupis, giornalista, fotoreporter e scrittore, originario di Grotteria, per 25 anni a spasso per il mondo a raccontare la guerra, la libertà, la lotta contro l'ingiustizia, la ricerca della verità nella politica, nella letteratura, nell'arte e nel cinema.

È stato uno dei pochi giornalisti italiani a coprire eventi drammatici come i massacri a Timor Est all’indomani del referendum per l’indipendenza nel 1999, l’insorgenza dei rivoluzionari Zapatisti nel Chiapas, gli scontri sanguinosi tra cristiani e islamici alle Molucche e la Strage di Bali. È stato testimone, attraverso i suoi scritti, di molti conflitti internazionali, tra cui quello del Kosovo, e di altri avvenimenti importanti quali i bombardamenti USA a bordo della portaerei Uss Theodore Roosvelt o il passaggio delle ex colonie di Hong Kong e di Macao alla Cina o, ancora, l’epidemia della SARS in Cina.
Si chiama Marco Lupis, è originario di Grotteria, ed è stato il primo giornalista italiano a riuscire a incontrare il sub-comandante Marcos, leader dei ribelli zapatisti, un tempo il tormento del governo messicano. I giornalisti più autorevoli fecero a gara per ottenere un’intervista con il subcomandante, considerato la risposta moderna a Che Guevara e divenuto un mito tra rivoluzionari idealisti ma anche semplici romantici. Marco Lupis lo incontrò nella giungla Lacandona, “uno dei pochi posti al mondo completamente inesplorati”.
Dopo 25 anni vissuti in giro per il pianeta, da inviato e corrispondente per Panorama prima, per il Corriere della Sera poi e, infine, per La Repubblica e l’Espresso; dopo essere stato, inoltre, collaboratore della Rai, lavorando con la struttura di Giovanni Minoli e successivamente per il Tg2 e il Tg3, Marco Lupis ha deciso di far ritorno a casa per garantire alla sua famiglia una vita finalmente stabile e serena. Ma questi 25 anni di incontri, scoperte e adrenalina non sono andati perduti: Marco li ha raccolti in un libro,”Interviste del secolo breve”, un viaggio attraverso le testimonianze degli attori principali della cultura, della politica e dell’arte degli ultimi decenni.
Tra gli intervistati, protagonisti della politica mondiale, premi Nobel, ribelli, figli di uomini importanti come il generale Pinochet e l’artista Mirò, ma anche personaggi dello showbiz come Claudia Schiffer, lo stilista Givenchy, Peter Gabriel, Franco Battiato, Tinto Brass... L’intervista di cui va più orgoglioso?
È sempre molto difficile istituire “classifiche”, però credo che l’intervista che ricordo ancora oggi con notevole emozione è quella con il leader dei rivoluzionari zapatisti, il subcomandante Marcos, che incontrai dopo giorni di cammino nella giungla del Chiapas, al confine tra Messico e Guatemala.
Interviste a dissidenti e oppositori politici nei regimi dittatoriali: sono queste le più adrenaliniche?
Sono quelle che in me hanno lasciato un segno più profondo. Infatti – almeno per quanto mi riguarda – aver incontrato celebrità mondiali come Claudia Shiffer o Peter Gabriel, mi ha emozionato, inutile nasconderlo. Trovarsi a chiacchierare come due vecchi amici con qualcuno – parlo per esempio di Peter Gabriel – che è stato uno dei miti musicali della mia adolescenza, è stata un’esperienza difficile da dimenticare. Ma come scrivo nell’introduzione del libro, l’emozione più forte e più duratura l’ho provata incontrando appunto alcuni “giganti” della lotta contro l’ingiustizia.
Un requisito imprescindibile di una buona intervista è che si venga a creare la giusta empatia. Con quali intervistati è riuscito a entrare in sintonia con più facilità?
Come ho detto ho sentito nascere spontaneamente un “legame” empatico con donne o uomini come Marcos, appunto, oppure Aung San Suu Kyi. Averli di fronte e pensare “ io non ce la farei mai ad essere come loro” è stato tutt’uno.
Il giornalismo l’ha portata in 57 Paesi del Mondo. È stato anche in Antartide. Com’è finito lì?
Ho avuto la grande fortuna e il grande privilegio di poter praticare un tipo di giornalismo che ormai va scomparendo, quello dell’inviato che va e rende conto al lettore, di persona, di ciò che vede e vive. Oggi questo ruolo va estinguendosi, ucciso dall’invasione istantanea di valanghe di informazioni immediate, che spesso però rischiano di diventare informazioni-spazzatura, prive come sono di qualsiasi chiave di lettura, di qualsiasi mediazione culturale. Ed è sempre per testimoniare in prima persona le cose che vedevo che, nel 2002, partecipai a una spedizione scientifica internazionale imbarcandomi su una nave rompighiaccio russa, che andava in Antartide per verificare lo stato di inquinamento del “Sesto continente”. Fu un’esperienza che ricorderò per sempre.
Il suo giornalismo è stato anche denuncia delle violazioni dei diritti umani. Quale violazione va particolarmente fiero di aver portato a galla?
Sinceramente parecchie. Credo di essere stato il primo a far sapere al pubblico italiano – sul Corriere della Sera - che davvero i comunisti “mangiavano i bambini”. Non per motivi ideologici , però, bensì perché le folli politiche di sviluppo di Mao durante il cosiddetto “Grande Balzo in avanti” in Cina, costrinsero il popolo cinese a una tale condizione di povertà e disperazione che si verificarono – e furono documentati – molti casi di cannibalismo.
Venti anni di corrispondenze da zone di guerra, colpi di stato e attacchi terroristici. Anni intensi che hanno inciso profondamente sulla sua vita. Cos’è cambiato in lei quando ha scoperto la guerra in diretta?
Quando ci si trova in zona di guerra, o di conflitto o sullo scenario di un attentato terroristico devastante, interviene un meccanismo che potrei definire “di auto-conservazione”. Ci si deve mantenere lucidi, sufficientemente distaccati dagli orrori che si svolgono di fronte agli occhi, ma conservando comunque l’empatia, senza cadere nel cinismo. Nel momento in cui si deve lavorare, non si pensa davvero ai rischi che si stanno correndo o a quanto siano realmente orribili le cose che si devono raccontare. La consapevolezza piena viene dopo, quando bisogna fare i conti con i proprio fantasmi.
Tornato in Calabria le è stata diagnosticata una forma di Sindrome da Stress Post Traumatica. Una guerra privata di cui racconta nell’ultimo capitolo del suo prossimo libro che uscirà a Natale per Rubbettino “Il Male Inutile- Guerre e orrori dimenticati”. Vale la pena sacrificare la propria salute pur di adempiere alla missione di “storico dell’istante”?
Non è una scelta consapevole. È una conseguenza alla quale non si pensa se non dopo averla sperimentata sulla propria pelle. Io mi dicevo: “Non ho problemi”, “A me va tutto bene”, “Ce la faccio”. Invece le cose entrano in profondità e poi vengono fuori quando abbassi la guardia della coscienza. Per questo, nel momento in cui mi sono detto: “Ecco, adesso finalmente posso rilassarmi e dare stabilità e ordine alla mia famiglia e a me”, tutto quello che pensavo fosse “scivolato via” è tornato a presentarmi il conto.
È tornato nella sua Grotteria solo in cerca di serenità?
Come diceva Cesare Pavese: “Un Paese ci vuole…”, per questo dopo aver trascorso la maggior parte della mia vita adulta correndo da una parte all’altra della Terra, avvicinandomi al giro di boa del mezzo secolo di vita ho capito che quella fase della mia vita ormai doveva lasciare il posto a un’altra. Insieme a mia moglie non pensammo neppure per un attimo di tornare a vivere in una delle grandi città dove entrambi eravamo cresciuti, Roma o Milano. C’era per me un fortissimo senso di appartenenza che sentivo con il luogo dove la mia famiglia aveva vissuto per quasi cinque secoli, lasciandovi un’impronta indelebile, Grotteria, appunto. Così decidemmo di tornare a vivere proprio lì, imbarcandoci nell’impresa (titanica, ma allora non lo sapevamo…) di restaurare il palazzo di famiglia, praticamente disabitato da oltre trent’anni. Una scelta che ogni mattina benedico e un istante dopo maledico. Penso sia la dialettica che ci unisce tutti alla nostra Calabria.
Chi avrebbe voglia di intervistare oggi?
L’uomo più potente del Mondo: Vladimir Putin

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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