Generali e paramilitari della ‘ndrangheta: Reggio e provincia come l’ex Jugoslavia

Sab, 08/06/2013 - 11:07

Una guerra. La Riviera l’ha scritto mille volte. Al nostro piccolo settimanale, a questa piccola redazione nel centro della Locride, non tornavano i conti. Per mesi, per anni, ci siamo divisi, combattuti, non siamo andati avanti.  Ci hanno fatto marcire nella merda, non gustare la bellezza della vita, non baciare le ragazze, non sorseggiare il Mediterraneo, non vantarci di Pitagora. Abbiamo odiato tutti la stessa gente, coloro che ritenevano il male supremo. Oggi invece Nino Lo Giudice, con la sua versione estrema, ci dice che  gente rispettabile, seduta per anni in poltrone robuste, che ha approfittato della ‘ndrangheta. Che ha prodotto tensione, involuzione, sottosviluppo, ignoranza. Che ha impiantato ed annaffiato punti di non ritorno dappertutto, come mine anti-uomo. O meglio anticalarese. Figure di primo ordine, promosse e incaricate mille volte,  che ci hanno lacerato più della ‘ndrangheta, e che forse la ‘ndrangheta l’hanno pure inventata. Nell’ ex Jugoslavia, ai tempi dello sterminio di massa, degli stupri, c’era gente seduta a Belgrado o a Zagrabria che chiamava i paramilitari, dalle Tigri di Arkan ei Ragazzi di Zoran. Gli ordinava male allo stato puro, di sfollare, fucilare, torturare, stuprare. Loro eseguivano delegando i falangisti nei dipartimenti criminali. Quella guerra si esaurita in meno di un decennio. Belgrado è troppo centrale,europea, per farla tramare all’infinito, per lasciarla schiava delle parole d’ordine. In Calabria, a Reggio e provincia, fermo restando paramilitari (uomini mascherati) e falangisti (ndrine), nessuno ha ordinato stupri o pulizie etniche, ma da ternt’anni attraverso una guerra subdola, con trame da cento lire, ci hanno fottuto il futuro, riempito carceri di niente, alimentato l’industria di commissari e prefetti. Ma le parole d’ordine impervesano, le trame figliano. E oggi siamo nuovamente qui odiare sempre la stessa feccia che brucia macchine a Monasterace. Fermiamoci cinque secondi e poniamoci il dubbio: «Ma chi l’ha mandati»?

 

Il collaboratore di giustizia di cui si sono perse le tracce nei giorni scorsi ha registrato un video shock dove spiega cosa è avvenuto nel periodo natalizio quanto un magistrato della Dna (“il dottore Donadio” scrive il pentito) lo ha costretto a “impiantare una tragedia a persone che non conoscevo”.

Autore: 
Ercole Macrì
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