La haine

Lun, 09/01/2017 - 19:56

Il racconto di cui sto per parlarvi inizia e finisce con queste parole: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio”. La Haine, pellicola distribuita in Italia come “l’odio”, è l’opera di maggior successo e di maggior impatto del regista francese Mathieu Kassovitz. Approdata nelle sale francesi nel 1995, racconta uno spaccato della vita di Vinz (un memorabile Vincent Cassel), ragazzo delle banlieue parigine con un animo incontenibilmente ribelle, e di due suoi amici: Hubert e Said. La banda di Vinz, impegnata insieme ad altri coetanei in quotidiani scontri con la polizia, viene sconvolta da una notizia: il giorno dopo i violenti scontri con le forze dell’ordine uno dei loro migliori amici, Abdel, si ritrova in coma in seguito all’aggressione da parte di un poliziotto. Ciò porta Vinz a giurare che se Abdel dovesse morire, lui farà giustizia uccidendo un poliziotto. La storia si sviluppa nelle 36 ore successive agli scontri delle banlieue. In questo lasso di tempo Abdel morirà, ma Vinz non potrà vendicarsi perché sarà ucciso da un poliziotto in borghese. Nella scena finale, dopo la morte di Vinz, Hubert e il poliziotto si puntano a vicenda una pistola di fronte all’impotente Said. E infine si ode un colpo, senza che ci venga data la possibilità di sapere da chi provenga.
La Haine è un capolavoro del “cinema della rabbia” e rappresenta, più che il racconto delle vicende di una piccola banda di teppisti, la storia dettagliata di una caduta, la caduta citata nella celebre battuta iniziale e finale del film. I ragazzi della banda rappresentano l’uomo che si ritrova a precipitare da un palazzo altissimo nel momento in cui Abdel viene pestato a morte, e sia loro, sia chi li guarda cadere scelgono con indifferenza di pensare “fino a qui, tutto bene” come autoconvincimento che sia tutto sotto controllo e che nessuno si potrà fare male. Eppure, tutti sono coscienti che quell’uomo non ha alcuna possibilità di salvarsi, e nel momento in cui Abdel e Vinz muoiono, l’uomo in caduta libera, un attimo prima di schiantarsi al suolo, si rende conto che “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
In questa caduta vi è la presenza costante di una forza spaventosa e dirompente, che si scopre essere la reale protagonista della pellicola, questa forza è l’odio. L’odio infiamma gli animi e detta le azioni di tutti i personaggi del film, in qualsiasi istante del film. Ma Mathieu Kassovitz spiegò in prima persona che l’odio di cui intendeva raccontare in La Haine non è un odio qualsiasi (perché l’odio può avere infinite cause e almeno altrettanti fini), ma è quel particolare tipo di odio generato dall’insensibilità che porta a dire “fino a qui tutto bene” di fronte ad un uomo in caduta libera verso il suolo.
Dal punto di vista tecnico, la pellicola, girata in bianco e nero analogico, ha uno stile asciutto e crudo (tant’è che pure i colori sono stati eliminati), con un ritmo serrato e costante. Il film, pur essendo una grande metafora, non distoglie mai l’attenzione dai fatti concreti per spiegare dei concetti astratti, se non in apertura e in chiusura con la “parabola della caduta”. La colonna sonora è di grande impatto, e riesce a sostenere alcune scene quasi senza l’intervento della parola. Nella versione in lingua originale il francese si alterna ad un gergo del ghetto parigino, il “verlan”. Il cast non è molto ricco, ma brilla grazie alla splendida interpretazione di un Vincent Cassel in stato di grazia e “dominato dall’odio”. Infine, la Haine è un film deliziosamente crudo, che attrae magneticamente lo spettatore per tutta la caduta, e lo porta con sé dal tuffo nel vuoto fino alla rovinosa collisione col suolo.

Autore: 
Domenico Giorgi
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