Legge sulle autonomie: buona apocalisse a tutti!

Dom, 13/01/2019 - 11:00

Tra reddito di cittadinanza e decreto sicurezza, in queste prime settimane del 2019 sta inquietantemente passando sotto silenzio il decreto sulle autonomie che, stando alle dichiarazioni del governo, dovrebbe essere approvato da qui al prossimo mese. Infatti, escluso il nostro Ilario Ammendolia, che aveva lanciato l’allarme già un anno e mezzo fa, ne ha fatto un rapido accenno sul numero della scorsa settimana il nostro Federico Lago e, su “il Quotidiano del Sud”, Filippo Veltri, ma praticamente nessun altro, soprattutto al meridione, ritiene l’argomento di importanza capitale. A discutere con sempre più preoccupata insistenza della questione sulle pagine dei quotidiani nazionali di ogni ordine e grado, invece, è Adriano Giannola, Presidente dell’associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, che ha affermato senza mezzi termini che la coalizione giallo verde sta operando per trasformare il sud in un vero e proprio inferno. Il perché di tanta preoccupazione Giannola lo ha spiegato diffusamente su “Il Mattino”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” e “la Repubblica”, dove si è reso autore di un breve trattato ed è stato protagonista di due differenti interviste attraverso le quali viene delineato un quadro davvero desolante delle possibili conseguenze delle aspirazioni autonomiste delle regioni del nord.
Ma procediamo con ordine: che uno degli obiettivi principe della Lega (che, pur avendola cancellata dal logo, la parola “Nord” continua ad avercela marchiata a fuoco in fronte) fosse assicurare un maggiore potere economico al settentrione è un dato pacifico. Meno pacifico sarebbe dovuto essere il fatto che delle aspirazioni autonomiste del nord Italia, e della pretesa che “lo Stato restituisca i miliardi versati da noi veneti” che ha dato il la ai secessionisti, diventasse portavoce il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, self made man di chiara origine napoletana e primus inter pares grazie ai voti di un elettorato meridionale abbacinato dall’assistenzialismo made in 5 Stelle. Eppure è stato proprio Di Maio, all’inizio dello scorso dicembre, ad affermare di pretendere l’autonomia del Veneto (e delle altre regioni che ne faranno richiesta) senza se senza ma. Forse il vicepremier grillino è preoccupato di vedersi sfilare la poltrona da sotto il culo qualora la Lega, sedotta e abbandonata, decidesse di voltare le spalle ai compagni di merende che occupano il Parlamento facendo così cadere la claudicante coalizione del cambiamento; sicuramente Di Maio non ha compreso che cosa comporti la siglatura di un contratto di governo che pretenderebbe di rendere il Nord Italia degli Stati Uniti in miniatura, quando, al massimo, potrebbero aspirare a diventare una sbiadita replica del Senegambia… ma senza “negri”, s’intende!
Fatto sta che la scadenza del 15 febbraio si avvicina ad ampie falcate e, come ammonisce Giannola, qualora la proposta sulle autonomie dovesse passare, ci troveremmo dinanzi a uno Stato che va a due velocità tremendamente differenti a causa di una legge anticostituzionale. Eh già, perché quella carta tanto spesso vilipesa da cittadini e politica, imporrebbe che almeno i servizi di base (scuola, sanità e mobilità), in Italia, siano garantiti con lo stesso standard su tutto il territorio nazionale. Ma siccome la singolare dislessia che colpisce tutti i frequentatori di Palazzo Chigi tende a far leggere “Rotoloni Regina” al posto di “Costituzione della Repubblica Italiana”, questo basilare principio hobbesiano non solo non viene applicato oggi, ma lo si vuole ufficialmente disattendere garantendo di potersi istruire, curare e muovere, solo a chi ha soldi da buttare. La norma che il governo è intenzionato a varare permetterebbe infatti alle nuove regioni autonome (attualmente in lista d’attesa per il privilegio ci sono Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) di farsi restituire dallo Stato in comode rate mensili quella quota di tasse dirottata sul finanziamento dei servizi per territori altri e, soprattutto, di autofinanziarsi i servizi di cui sopra con fondi che rimangono nei confini regionali. Siccome nessun presidente di regione è abbastanza pazzo da essere convinto di poter fare tutto in totale autonomia, viene concessa la possibilità a due o più territori limitrofi di “confederarsi” e di promulgare delle leggi valide sull’area di competenza (ogni riferimento alla flat tax è puramente voluto) per realizzare un circolo virtuoso che garantisca ai residenti delle nuove Regioni-Stato di avere a propria disposizione i migliori servizi sul mercato.
I lungimiranti veneratori del dio Po, inoltre, hanno dimostrato immensa magnanimità nello studiare un sistema di sussidio alle regioni che, in difficoltà, dovessero rivolgersi loro per chiedere un supporto economico, permettendo ai ricchi cugini settentrionali di elargire ai bisognosi somme a tassi di interesse concordati a seconda delle necessità (quindi tranquilli: l’assistenzialismo continuerà a essere garantito e, per farci sentire ancora di più a casa, comodi tassi da usura ci convinceranno di aver a anche fare con la criminalità organizzata nostrana!). Così facendo, le regioni già dimenticate del sud sarebbero ridotte a vivere alla giornata, tanto più che le sicuramente più concorrenziali proposte settentrionali finirebbero con il dirottare qualunque investimento proprio verso la Pianura Padana, abbandonandoci dunque al nostro tragico destino.
Ciò di cui la legge sulle autonomie non ha tenuto di conto, tuttavia, è che il debito pubblico che lo Stato sta pagando nei confronti dell’Europa è stato generato per ben più di tre quarti proprio dalle regioni che oggi pretendono l’autonomia e che un eventuale passaggio della proposta, come sottolineato a più riprese da Giannola, porterebbe a due scenari: un debito pubblico Statale che, senza le risorse del nord, finirebbe con lo schizzare alle stelle facendoci diventare una volta per tutte un Paese da terzo mondo (robe che la crisi socioeconomica greca, a confronto, è stata una placida nuotata in uno stagno a metà agosto), oppure (lo scenario Senegambia poco prima accennato), mosse da un improbabile senso di responsabilità, le regioni del nord si accollerebbero la parte del debito che devono sanare in prima persona, rendendosi ben presto conto di quanto la cosa non sia semplice e finendo così con il fare un rapido passo del gambero che, di punto in bianco, ci stiperebbe tutti sulla stessa barca ferma in mezzo al Mediterraneo che nessuno vuole venire a rimorchiare.
E la cosa più agghiacciante è che non solo non si stanno rendendo conto di tutto questo i leghisti e il Movimento 5 Stelle, ma è che noi cittadini siamo talmente tanto analfabeti funzionali e manipolati dalle dirette Facebook di quattro capre, da stare per affrontare l’apocalisse con il sorriso sulle labbra e pieni di fiducia nei confronti di chi ce la sta scagliando addosso.

Autore: 
Jacopo Giuca
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