Lettera aperta di Pirruccio a Bearzi, ex rettore del Convitto dell’Aquila

Gio, 19/11/2015 - 10:06

Egregio collega Livio Bearzi,
so che questa lettera ti verrà recapitata dai tuoi familiari con qualche giorno di ritardo, ma voglio, di fatto, indirizzarla anche a loro, oltre che alla autorità politiche in indirizzo. Ho appreso, infatti, che dal 12 novembre scorso sei detenuto per scontare 4 anni di carcere e 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici a seguito del terremoto de L’Aquila del 2009 che costò la vita, anche, ai tuoi allievi del Convitto Nazionale. La tua “colpa”, al di là della motivazione della sentenza e dei riscontri giuridici sicuramente ineccepibili, è di essere (stato) il dirigente scolastico della struttura educativa e, quindi, il capo (oggi qualcuno ti definirebbe sceriffo, con grave sprezzo del pericolo) investito dal ruolo di presidiare in primis l’incolumità degli utenti; da salvaguardare ad ogni costo, anche, contro la forza distruttrice di un terremoto del 9° grado della Scala Mercalli.
Se non fosse per il rispetto che provo per il tuo stato di autentica sofferenza, per i morti di quella tragedia immane e per i superstiti segnati nel profondo del cuore e dell’anima, direi che avresti dovuto indossare, persino, i panni di Nembo Kid e schivare da superman crolli e quant’altro sul tuo cammino portando in salvo quei giovani ai quali, secondo una giustizia ingiusta, tu dirigente-sceriffo hai colpevolmente procurato la morte.
Assurdo, assurdo, incredibilmente assurdo, mio carissimo amico!
L’assurdità sta, anche, in un altro passaggio della vicenda che i giudici evidentemente non hanno potuto contemplare: tu e la tua famiglia quella notte dormivate nel Convitto, ma vi portate dietro, forse, la “colpa” non dimostrabile di essere rimasti illesi. Se i giudici che hanno sentenziato 4 anni di carcere e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici avessero potuto chiamare in correità il Padreterno (se sono cristiani credenti) o il Fato (se sono miscredenti) lo avrebbero fatto e la notizia della tua condanna non sarebbe rimasta, solo, dentro i confini nazionali, ma avrebbe fatto giurisprudenza dentro l’impalcatura giuridica mondiale.
Io per la rabbia non riesco neanche a ridere sull’assurdità che la vicenda si porta dentro/dietro e per la mostruosità di un costrutto giuridico che ha un costo per la Nazione intera sia in termini economici che di immagine. Ma appena ne verrai fuori da questo obbrobrio giudico, ti vorrò ospite nella mia Locride, oggi purtroppo ferita per le note vicende, ma un tempo patria di Zaleuco, il primo legislatore dell’Occidente che, pur basando le sue norme sulle leggi del taglione, griderebbe vendetta, persino lui, davanti alla (S)toria della tua vicenda umana e professionale. La mia terra, ti dicevo, non è un bel vedere rispetto al suo passato glorioso, ma cammineremo assieme sui suoi dolci clivi per avvertire storicamente a pelle quella civiltà giuridica costruita partendo proprio da Zaleuco (663-662 a C.), il quale, sono sicuro, non avrebbe mai potuto pensare di registrare dopo 3000 anni di storia una decisione simile a quella partorita da un’aula di “giustizia” posta sul cucuzzolo di una bella montagne del tuo Abruzzo. “Settembre, andiamo, è tempo di emigrare …” direbbe il nostro amatissimo D’Annunzio, per approdare su lidi che non ti meritano, mio carissimo Livio!
Immagino come ti senti, amico mio, di appartenere alla schiera dei dirigenti di uno Stato alla quale si chiede di fuggire dalle responsabilità, non di essere responsabile! Se avessi, vado a tentoni, predisposto prove di evacuazione a cadenza annuale; segnaletica luminosa e direzionale giù per le scale dell’edificio a te affidato e costruito a prova antisismica (sic!); formato il personale con “apri” e “chiudi” fila raccomandato loro di usare l’accortezza di non dimenticare il registro per eventuale appello (si spera utile non a sepoltura avvenuta), oggi, amico mio, saresti a casa con la tua famiglia e non nelle patrie galere! Oggi, risponderesti, quanto meno, a piede libero come quelle schiere di amministratori, passacarte, costruttori, collaudatori i quali hanno lavorato alacremente per dotarti di strutture a prova di terremoto!
Ma la norma, i suoi esecutori, i vocianti contestatori politically correct vogliono, com’è evidente, un capro espiatorio, uno sceriffo senza giberna, una vittima sacrificale a cui affidare i loro strali e le loro manette. Oggi questa statua marmorea della “giustizia è fatta!”, mio caro Livio, hai la sfortuna di rappresentarla tu, dirigente del Convitto Nazionale de L’Aquila! Ti capisco, come rassegnarsi dinanzi allo scempio della ragione! Il bonus pater familias dinanzi a te, caro Livio, prova umana vergogna, ma non gli impettiti cultori nostrani del diritto. Loro hanno deciso, anche per noi, essendo la giustizia amministrata in nome del popolo, che il PRESIDE-RETTORE prof. Livio Bearzi è colpevole dei fatti ascritti. Vergogna!
Un abbraccio, tuo Vito Pirruccio

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