#macosasietevenutiafare?!

Dom, 21/04/2019 - 11:40

Strade deserte, negozi chiusi, tombini saldati e cecchini sui tetti.
La mattina di Giovedì Santo Reggio Calabria è stata indotta alla paralisi, cristallizzata a causa di un Consiglio dei Ministri in trasferta appuntato sul petto dei nostri parlamentari come una medaglia al valore e annunciato a suon di hashtag su Twitter dalle più disparate cariche dello Stato. A proclamare lo spostamento di sede dalla Gioia Tauro anelata dal Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli alla più sicura Prefettura di Reggio Calabria è stato lo stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ridestato per l’occasione dopo che nemmeno il tira e molla mediatico tra i suoi ministri Di Maio, Salvini e Tria sul possibile aumento dell’IVA era riuscito a farlo risvegliare dal letargo.
“In Calabria persistono situazioni non più sostenibili alle quali cercheremo di porre rimedio con la massima determinazione” aveva scritto il premier, ma nelle intenzioni del governo non c’è mai stata la volontà di parlare seriamente di povertà, viabilità, sviluppo delle infrastrutture, dissesto idrogeologico o riforma della legge sullo scioglimento dei comuni, tutte “situazioni non più sostenibili” sulle quali i calabresi hanno bisogno di risposte concrete a dir poco da un ventennio. No, il punto nodale della riunione operativa di giovedì è stato rappresentato fin dall’inizio solo ed esclusivamente dalla questione sanità, una faccenda certamente da affrontare con la massima urgenza ma, ahinoi, non perché i cittadini denunciano da anni di dover andare fuori dalla propria regione per essere curati o perché i nostri sindaci siano scesi in piazza per farsi portavoce del disagio di centinaia di migliaia di residenti. No, la questione sanità andava affrontata con la massima urgenza in un Consiglio a essa esclusivamente dedicato perché un servizio giornalistico ci ha fatto fare una figura indecorosa a livello nazionale e bisogna per forza rispondere in termini mediatici a una pustola esplosa in diretta televisiva.
Ecco il vero motivo della transumanza che ha condotto i nostri governanti da un palazzo del potere all’altro solo per farsi stendere un tappeto rosso che dia alla comunità calabrese l’impressione che lo Stato sia presente e abbia a cuore le sue sorti. Ecco perché Reggio Calabria, assurta a simbolo di ultima frontiera della civiltà con buona pace del capoluogo Catanzaro, che l’avrebbe voluto lei quel (dis)onore, è diventata l’unica città d’Italia a ospitare più di una sola volta quella montagna chiamata Consiglio dei Ministri che, mai come in questa occasione, ha partorito un topolino.
Del resto, che questo incontro dovesse dimostrare esclusivamente il servilismo del nostro territorio nei confronti dei politici regnanti lo si sarebbe dovuto comprendere già mercoledì, leggendo tra le righe di un timido comunicato stampa della Regione Calabria ovviamente passato sotto il più permeante silenzio.
Nella nota in questione si legge che lo scorso 4 aprile il Dipartimento Regionale della Salute ha presentato al Tavolo di verifica del Ministero dell’Economia e delle Finanze una relazione in cui illustrava lo stato delle casse della sanità calabrese. Dalla relazione si desumeva che, pur restando drammatico il debito nei confronti dello Stato, con alcuni correttivi, che sarebbero stati richiesti in sede di verifica al Ministero, i conti del 2018 si sarebbero potuti chiudere con maggiori ricavi e minori costi, tali da dimostrare un sostanziale equilibrio economico ed evitare così che il debito lievitasse ulteriormente. Questo sarebbe stato possibile se il MEF avesse accolto le proposte dei nostri rappresentanti e la riunione fosse stata aggiornata ad alcuni giorni dopo, come peraltro concesso a diverse altre regioni che avevano effettuato richieste simili per dimostrare di poter far quadrare i propri conti. Alla discola Calabria, tuttavia, il Ministero non ha voluto riconoscere le risultanze contabili che ammontavano a quasi 33 milioni di Euro, calcolando un quindi disavanzo peggiore di quello teorizzato dalla Regione, applicando automaticamente una quota extra alle aliquote fiscali che i cittadini dovranno pagare sotto forma di IRPEF e IRAP, stabilendo il blocco del turnover fino al 31 dicembre 2020 e vietando categoricamente di prevedere spese non obbligatorie.
Una bacchettata da settanta milioni che affossa ancora di più il settore sanitario e che, all’esito della conferenza stampa nella quale il Ministro della Sanità Giulia Grillo ha illustrato i punti nodali del (ennesimo hashtag) #DecretoCalabria, sembrerebbe propedeutica solo a dichiarare che il disavanzo della sanità regionale è cresciuto ancora raggiungendo i 168 milioni (come se i 98 che sarebbero stati denunciati adottando i correttivi proposti dalla Regione non fossero abbastanza).
Una strategia a dir poco inquietante, tanto più che il decreto speciale, che avrebbe potuto benissimo essere presentato a Roma senza gravare ulteriormente sulle già piangenti tasche dei contribuenti, non fa altro che elargire poteri plenari ai commissari, togliere ulteriori competenze alla Regione e prendere contromisure contro la criminalità organizzata additata come unico responsabile dell’affossamento del sistema sanitario regionale (ASPRC docet).
Portando l’attenzione sul dito che indica piuttosto che sulla luna indicata, abbiamo assistito all’ennesima sfilata di autorità utile soddisfare il loro bisogno di sentirsi celebrità per un giorno e, nella splendida giornata di una primavera social abbiamo assistito a uno sbocciare di hashtag che, per qualche ora, ci hanno cambiato la vita e fatto sentire odore di cambiamento.
Cosa resterà di questa giornata solo il tempo potrà dirlo e, anche se speriamo di sbagliarci, dubitiamo fortemente che i correttivi presentati giovedì a Reggio Calabria possano rimanere più impressi nella memoria della foto di Salvini che, dopo averci mostrato ciò che resta di San Ferdinando, ci invia il suo più sentito “bacione”.

Autore: 
Jacopo Giuca
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