Pero Moscatello di Motticella

Lun, 18/03/2019 - 17:20
I frutti dimenticati

Ai primissimi giorni di luglio del 2013, venne a trovarmi un giornalista pugliese per conto di un’emittente della sua regione e, principalmente per sua curiosità personale, Ferruccio Cornicello.
Egli aveva letto da qualche parte che a Ferruzzano, piccolo e abbandonato borgo nel territorio della Locride, esiste una realtà inusuale, quella dei palmenti rupestri scavati nella roccia, ovviamente trascurata dalle istituzioni locali, ossia il comune, i cui amministratori si ricordano della loro esistenza solo quando bisogna attivare finanziamenti, e la Regione, che ignora o fa finta di ignorare il problema.
Nello stesso tempo però, gruppi di escursionisti, provenienti da varie parti d’Italia o addirittura dall’estero vanno alla ricerca dei palmenti autonomamente o richiedono l’aiuto di qualche cittadino del territorio. Intanto professori d’università italiane e straniere vengono a visitarli nonostante tutto e di esse ricordiamo solo il nome delle città che ospitano gli atenei: Dresda (Germania), Cambridge e Leicester (Gran Bretagna), Barcellona e Valencia (Spagna), Rio de Janeiro (Brasile), Charlotte e Washington (Stati Uniti), La Valletta (Malta), Milano, Bologna, Reggio Calabria, ecc.
Di recente, la Mediterranea di Reggio Calabria si sta attivando per censire i palmenti di Ferruzzano, mentre anche la Sovrintendenza Archeologica della Calabria, con la responsabile di zona Sara Bini, coadiuvata da Carlo Scuderi, sta predisponendo un piano di studio.
L’unico ente pubblico territoriale che sta prestando attenzione al fenomeno culturale dei palmenti rupestri, è quello del Comune di Sant’Agata del Bianco, guidato dal bravissimo sindaco Domenico Stranieri che, sorretto da un gruppo di giovani, ha rivoluzionato la vita del paese, con eventi culturali di vario genere, coinvolgendo nella valorizzazione del borgo e del suo territorio tutta la comunità.
Ha assunto un ruolo fondamentale per la valorizzazione dei palmenti di tutto il circondario Jaime Gonzalez Molina, Giovane spagnolo, sposato con una ragazza di Sant’Agata, che in relazione con il Museo di Requena (Spagna) e con la sua direttrice Asuncion Valdez, che peraltro ha visitato i palmenti di Ferruzzano, sta predisponendo un’organizzazione internazionale per la valorizzazione dei palmenti assieme a Spagna e Portogallo.
Pertanto Ferruccio Cornicello, in visita a Ferruzzano per i palmenti, fu portato da me in varie parti del territorio e restò stupefatto per l’abbondanza di tali manufatti e per la presenza nell’area dei palmenti di antiche strade selciate che secondo il mio punto di vista erano state tracciate nel Tardo Antico, in periodo romano, quando le anfore vinarie Keay LII partivano con il vino del territorio dell’area dei palmenti dalla Locride, centro meridionale attuale, per raggiungere tanti porti del Mediterraneo.
Dopo aver visitato i palmenti del bosco di Rudina, lo portai in quelli di contrada Cilarò - San Crimi, dove gli feci notare, avvolti da una siepe di rovi, le imponenti rovine, forse del monastero di San Nicola del Prato, e qualche rudere del monastero femminile di San Clemente, che sorgeva lì vicino.
Eravamo intenti a visitare i palmenti che sorgono a ridosso di una strada selciata, ora bitumata, quando ci accorgemmo della presenza del professore Beniamino Violi, originario di Ferruzzano, residente ora a Motticella, che ci invitò a visitare i due palmenti ubicati dentro il suo podere e a fotografare i resti di due colonne quadrangolari in muratura, che erano appartenute al monastero di San Clemente, i cui resti erano stati demoliti da suo padre negli anni trenta del ‘900, quando vi costruì al suo posto una casa con annesso frantoio.
Il professore era intento a cogliere da un giovane pero dei frutti bellissimi del Moscatello di Motticella che egli aveva salvato da un vecchio pero morente in un podere della moglie.
Il pero da cui staccava i frutti era alto circa due metri e mezzo e si espandeva in orizzontale per circa due metri e restammo sbalorditi per la quantità dei frutti maturi che egli aveva colto dalla pianta e che aveva riposto in una cesta di canne e verghe; molti frutti ancora acerbi erano rimasti sul pero.
Ci invitò ad assaggiarne e restammo molto contenti del sapore espresso dai frutti, che risultarono leggermente aromatici, delicati e dalla polpa candida, fine e nello stesso tempo compatta.
Nessuna pera risultò bacata o attaccata dalla mosca della frutta e secondo il professore ciò non capita mai, forse perché i frutti maturano quando l’insetto non è ancora diffuso.
I frutti, di pezzatura piccola, ci apparvero bellissimi sia per la forma allungata, forniti di un peduncolo lungo, sia per il colore giallo intenso e per il gusto gradevolissimo.
Ferruccio Cornicello volle fotografarli e, per evidenziare le dimensione, mise loro accanto, nella cesta, una moneta da un euro.

Autore: 
Orlando Sculli
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