Un calcio alle divisioni dal carcere di Locri

Dom, 30/06/2019 - 13:00

Incontro per caso Lidia e Valentina che mi raccontano del loro progetto destinato ai detenuti della Casa Circondariale di Locri, intitolato Ritorno alla legalità. Rimango sorpreso perché sono belle iniziative che spesso ci sfuggono e non riusciamo a raccontare, mentre sarebbe importante far conoscere alla gente che c’è chi vive con poche ore di aria. Mi invitano per mercoledì al carcere o casa circondariale di Locri (non capirò mai la differenza), per una partita tra detenuti e la squadra “calcio forense Zaleuco”, sul momento accetto senza porre molta attenzione, per cui mi organizzo mercoledì per andare. È la prima volta che entro in un carcere, non ho mai avuto nessun detenuto da andare a trovare. Sembra una cosa scontata ma non lo è, perché ho conosciuto molta gente che è stata in carcere, amici che andavano a trovare i padri o altri parenti. Certo, io sono stato fortunato perché appartengo a quella fascia di società che non paga il prezzo dell’ignoranza, che non paga il prezzo della prevaricazione. In alcuni casi è la miseria, intesa nel senso più ampio del termine, a condurre un uomo dietro le sbarre. Quel che è certo è che il carcere è un posto di sofferenza, necessario da sempre all’uomo per rendere giustizia nella società.
Così mi trovo a varcare la soglia. Ci viene chiesto di consegnare telefoni e documenti, una richiesta che ci fa sentire tutti un po’ nudi. Dopo l’identificazione si aprono altre porte: da un lato le prime celle, dall’altro la cappella e la sala teatro, ancora un corridoio, altre celle e a sinistra la porta che dà su un giardino dove è stato costruito un piccolo campo di calcio a 5, un gioiellino. Dall’entrata fino a questa porta le presenze sono tutte in divisa, varcata la porta ci troviamo tra tante facce di giovani e pochi anziani, sono i detenuti. Al centro del campo già pronta la formazione di casa (eufemismo), aspetta con aria di sfida la squadra degli avvocati. Subito vedo alcune facce conosciute che sono del mio paese, e a poco a poco cerco di capire le disposizioni. Il carcere comunque è pulito e molto ordinato, anche il personale di polizia penitenziaria è gentile, e soprattutto inizio a conoscere il personale addetto alla gestione dell’area educativa. Mi colpisce a fine giornata il rapporto dei detenuti con la responsabile, la persona giusta nel posto giusto: nei suoi modi è evidente la passione che ha accompagnato il suo lavoro e quando si rivolge ai ragazzi si possono scorgere dei sentimenti materni, celati dal ruolo. Lei mi spiega che si trova bene perché questa è una casa circondariale dove ci sono poco più di 100 persone, nessuno per reati gravi, mentre ci sono un buon numero di stranieri. Mi spiega che il lavoro viene gestito in “modalità aperta” ovvero sono previste varie attività dal teatro allo sport, dallo studio al giornale. Questo anche per volontà politica del direttore Patrizia Delfino, che non è presente per altri impegni ma che ho avuto modo di conoscere e di apprezzare in occasione di altri progetti. Parlo con qualche detenuto mentre il tempo viene scandito dalle esultanze per i goal. Ho l'impressione che questo posto sia un'oasi nel panorama carcerario italiano, fatto di sovraffollamento e denunce per maltrattamenti, noto un rapporto di sostegno e solidarietà tra il personale e i detenuti.
Intanto la partita è finita, hanno vinto i detenuti, 27 a 21, capocannoniere penso sia un ragazzo di San Luca, ma sono stati tutti molto bravi. Infine, la premiazione e la richiesta di una rivincita da parte degli avvocati, con alcuni interventi spontanei dei partecipanti che scoprono la gioia per una giornata speciale che hanno trascorso grazie a questo progetto. Ringrazio per questa esperienza l'Associazione “Progetto Libertà - Onlus”, Valentina De Maria, Lidia Fiscer, Tito Cimino, Domenico Lupis e Walter Carabetta, il direttore Patrizia Delfino, la commissaria Giuseppina Crea, l’area educativa e la polizia penitenziaria, oltre i detenuti. Mentre ci avviamo all’uscita, mi rendo conto di quanto sarebbe utile comunicare quello che ho visto ai nostri figli, comunicare la consapevolezza che questo posto sia necessario, come è necessario saper vivere rettamente per non dover mai varcare questa soglia.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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